L'uva e l'ozio

Di uva, ozio e autarkeia

Ipse dixit, 113

Dennis Stock, Café de Flore

… Che se un numero sufficiente di persone beve caffè in una stanza silenziosa, è possibile sentire il rumore del vapore che si leva dalle tazze. Che a volte agli esseri umani basta restare seduti in un posto per provare dolore. Che la vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi. Che esiste una cosa come la cruda, incontaminata, immotivata gentilezza…

David Foster Wallace

Ipse dixit, 112

Lasciamele tutte le rughe, non me ne togliere nemmeno una, che ci ho messo una vita a farmele!

Anna Magnani

La descrizione di un attimo, 113

 

A new serum eradicates the illness
An old man rises from his wheelchair
When suffering unknown attacks the painless
And common animals are becoming rare

As water spins in circles twice
Spiders, snakes and the little mice
Get twisted around and tumble down
When Nature calls we all shall drown

If the earth is dying of a growing thirst
Rain shall fall on dried out soil
And every kind of bud shall burst
A sough of relief to insects – turmoil

As water spins in circles twice
Spiders, snakes and the little mice
Get twisted around and tumble down
When Nature calls we all shall drown

Tiamat, Gaia

Le macchie. 1, Golfo

di Uvaozio

Davide si ripassa con il polpastrello dell’indice della mano destra la macchia di inchiostro, blu, che ha sul petto, alla sinistra dello sterno e quindi del cuore. Non sa di avere uno specchio davanti, non lo può sapere perché è cieco ma se lo potesse vedere vedrebbe un golfo di mare all’altezza del petto, sotto la gola vicino alla spalla. Tocca le spiagge, tocca la sabbia si bagna il polpastrello e cerca di evitare, ripassandosi la macchia che ha sul petto, ombrelloni e bagnanti. Anche quella ciminiera che si vuole lanciare in cielo e abbandonare tutto ciò che sta davanti a lui. Come ogni mattina si è preparato il pranzo a casa. Non ha bisogno di vedere e si ricorda la posizione di tutto ciò che gli serve. Sa anche di avere un ombrellone dietro l’armadio e saprebbe raggiungerlo tranquillamente. Mette insalata nel panino che mangerà per pranzo. Quasi sempre. Poi alterna altre verdure ad altri cibi. Ma, quasi sempre, mette insalata. Il problema più grosso, preparando il pranzo, è quando deve schiacciare il pane per farlo entrare nel contenitore. Deve stare attento a non far uscire i pomodori, se ne ha messi, deve stare attento a non rompere il pane. Se si dovesse rompere, meglio che si rompa la metà di sopra invece che quella di sotto. Alla radio stanno raccontando, riferendo, leggendo la notizia di un Papa che si è accorto di non avere più Dio al suo fianco e quindi ha deciso di dimettersi. Questa è la notizia del giorno e Davide ironicamente sorride. Lui, che al Papa non ha mai creduto ma a Dio invece sì. Mette il contenitore col pane nella borsina di stoffa e gli rimane il dubbio se sul piano del lavabo ha lasciato dei pezzetti di pomodoro o briciole di pane rimaste dopo che ha schiacciato il suo panino. Rimarrà col dubbio e decide, dato che il polpastrello, della mano sinistra stavolta, non ha incontrato nulla di simile quando ha sfiorato la superficie del piano del lavabo. Il metallo è fatto a onde, più triangolari e meno rotonde di quelle che ha sentito sul suo petto. Quelle onde, però, quelle di metallo, non fanno rumore o almeno non ne fanno come lo fa il suo petto. Va verso la radio, avendo imbracciato la borsina col pranzo, si ricorda dove sta la radio e cerca l’interruttore. Trova e spegne, proprio mentre un calciatore definito cristiano dal giornalista commentava la notizia che raccontava di un Papa che tornava uomo. Prova piacere spegnendo la radio così chetando uno la cui opinione non era affatto interessante. Per lui. Magari per altri lo era, altrimenti non stava parlando al notiziario della radio nazionale. Apre la porta di casa, dopo aver spento la radio e dopo aver lanciato un’inutile occhiata al piano del lavandino. Inutile come gli specchi che ha al piano di sopra. Sguardi, che come specchi, non inquadrano nulla. O forse inquadrano ma ciò che racchiudono, ciò che delimitano, ciò che contornano, ciò a cui sono cornice rimane oggetto sfumato, svanito e non preso in considerazione. Chiudendo la porta risponde al cellulare che squilla con il suono di un violoncello. Sente la voce del collega che lo dice che sta partendo adesso per passarlo a prendere. Vieni pure, risponde, ti aspetto fuori nel parcheggio che oggi c’è una temperatura perfetta. Ha voglia di sorridere mentre ripone il telefono nella tasca della giacca.

25.5.2012

Ballad of broken seas

Le macchie. 0, Argento sul mento

Davide ha perso la vista all’improvviso. Nessuno riesce a spiegarsi come possa essere successo, tantomeno lui. Si era in messo in testa di migliorare il mondo, di cambiarlo e già tante altre volte si era dovuto fermare, sbattendo più o meno violentemente contro erre mosce e muri di periferia, pensando ai tappini delle penne che aveva lasciato a casa. Le penne quindi le metteva in tasca e ritrovava, quindi, i pantaloni macchiati di inchiostro blu o nero. O la camicia, proprio all’altezza del cuore. Eppure lui lo sapeva, se lo sentiva che non doveva andare a vedere quel concerto, dopo aver lasciato la macchina sotto casa di Marco e aver preso un thè con la gentile signora incartapecorita che odorava di legno e naftalina, però quella fatta a sferette. È sceso subito dopo giù per le scale e ha rifatto la salita d’asfalto per arrivare al locale. Si sa, a Roma le salite ci sono e ogni tanto turisti dalla pelle arrossata ti chiedono informazioni in inglese e rimangono sorpresi non tanto dalla buona educazione della risposta quanto dal fatto che almeno ti sei fermato ad ascoltare. Mica serve conoscersi, basterebbe ascoltarsi. Davide ascoltava e rispondeva, quando ancora poteva vedere. Adesso che non vede più, ascolta e risponde lo stesso. Però immagina e si distrae come un bambino che guarda un aquilone fermo sulla bocca di un bellissimo uomo e quando si fa prendere dalla smania mette per sbaglio una ti tra la enne e la o e scrive almento invece di almeno. È cieco, lo giustificano pietosi i lettori. Non che lui sia uno scrittore ma se qualcuno legge ciò che lui scrive quelli sono lettori a tutti gli effetti. Quando si rende conto che qualcuno legge quello che scrive si porta pollice e indice al mento e si tira un po’ i peli della barba e così si disegna, si profila e si contorna. Le sue dita sono uno specchio e lo pensa sfiorandosi l’anello d’oro che porta al pollice destro. Se lui potesse vedere, noterebbe che il suo volto è riflesso, distorto e storto, sull’anello d’oro che porta al dito. Confonde ora con oro, anche. Normale, il tempo è denaro che in francese è argent, quindi non oro. Poco tempo fa, Davide poteva vedere, adesso non vede più e gli specchi sono inutili, se non per prendere appunti, quando sono annebbiati dalla doccia, sui comportamenti da tenere e su ciò che è più importante del resto. Ciò che conta, veramente, è poterli toccare, gli specchi. Non guardarci dentro. Questo è ciò che non importa.

23 e 24.5.2012

Septembre, en attendant

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