
Syrie Kovitz, Fly
Oh oh ah ah hey hey
No, non me lo aspettavo. Non mi aspettavo che quel mattino avrei letto sul giornale, che non ho letto, che da lì a poco sarebbe arrivata la primavera. Macché, no no. Come non mi aspettavo di trovare una rondine sul davanzale, a mangiare briciole di pane. Solo dopo mi sono accorto, guardando verso le punte degli alberi, che aveva un biglietto attaccato alla zampa. Le ho chiesto se poteva fermarsi un attimo e di allungare la zampa. Ho preso il bigliettino e l’ho ringraziata. Buongiorno, c’era scritto sul biglietto, c’era scritta la parola buongiorno e ho respirato facendo entrare, lasciando spazio e posto per fargli posto e spazio, il profumo di caffè e miele. Che sarebbe l’odore che ha il mattino, almeno il mio. La primavera si è affacciata, quel mattino, insieme a me, stamattina, dalla stessa finestra senza che ci ricordassimo, entrambi, che era ventuno mentre io pensavo che quel cognome non era altro che il nome della città da cui proveniva quella persona, quella con quel cognome, però letto al contrario. Tutti stavamo affacciati alla stessa finestra, però io guardavo da dentro a fuori, la primavera e la rondine da fuori a dentro. Pochi giorni prima avevo scritto il numero settecento in numeri romani, il numero, sullo specchio, mentre guardavo da fuori a dentro pure io. Ogni volta che mi guardavo ritratto in quella cornice sembrava che avessi addosso un nuovo tatuaggio fatto da quelle tre iniziali. Ma io ero all’incontrario, con la destra a sinistra e la sinistra al posto della destra. Proprio mentre passavo il polpastrello lungo la di, prima delle due ci, mi sono ritrovato a pensare che il blu non è un colore che mi piace. Non ha ancora scelto se essere celeste o nero e forse è finito il tempo per essere indecisi. Soprattutto adesso che, inaspettata, ti ritrovi con la primavera a portata di occhio e di calendario. Quindi mi ritrovo qua, mentre sta per finire il tempo in cui posso vedere il mio respiro ad aspettare ieri. Perché ieri verrà, ne sono sicuro, dato che quei capelli corti che avevi nel sogno erano i miei e sì, è vero, ci stavano male, stavano male a te, stavano male a me, erano troppo corti mentre a me piace il fatto che possa avere sulla mia fronte i miei riccioli di nuovo. Faccio un giro su uno dei miei ricci e spero, pensandoci, che lei capisca che ho solo una tremenda paura. Di un po’ di cose. Non voglio dirle che mi piace questa cosa, e molto. Però, la primavera, anche se a mare, che arriva inaspettata e inattesa, fa sempre bene. Come è inadeguato il fatto che riesca peggio a esprimermi se voglio descrivere, scrivendolo, qualcosa di bello.
21, 22, 23, 24.2. 2012
Stubborn love