L'uva e l'ozio

Di uva, ozio e autarkeia

Ipse dixit, 101

‘Voglio essere il tuo specchio’, ‘Voglio essere il tuo specchio’, lei dice e apre la borsetta da cui tira fuori uno specchietto per il trucco. Se lo mette di fronte e mentre fa passare lo specchio sul corpo di lui lo specchio riflette la sua immagine ‘Questa è la tua faccia’, dice. ‘Questo è il tuo petto’, dice. ‘Visto? Non sono meglio di uno specchio?’

Emidio Clementi

(Grazie a M. che ha aperto una porta)


Unexpected, the primavera a mare

Syrie Kovitz, Fly

Oh oh ah ah hey hey

No, non me lo aspettavo. Non mi aspettavo che quel mattino avrei letto sul giornale, che non ho letto, che da lì a poco sarebbe arrivata la primavera. Macché, no no. Come non mi aspettavo di trovare una rondine sul davanzale, a mangiare briciole di pane. Solo dopo mi sono accorto, guardando verso le punte degli alberi, che aveva un biglietto attaccato alla zampa. Le ho chiesto se poteva fermarsi un attimo e di allungare la zampa. Ho preso il bigliettino e l’ho ringraziata. Buongiorno, c’era scritto sul biglietto, c’era scritta la parola buongiorno e ho respirato facendo entrare, lasciando spazio e posto per fargli posto e spazio, il profumo di caffè e miele. Che sarebbe l’odore che ha il mattino, almeno il mio. La primavera si è affacciata, quel mattino, insieme a me, stamattina, dalla stessa finestra senza che ci ricordassimo, entrambi, che era ventuno mentre io pensavo che quel cognome non era altro che il nome della città da cui proveniva quella persona, quella con quel cognome, però letto al contrario. Tutti stavamo affacciati alla stessa finestra, però io guardavo da dentro a fuori, la primavera e la rondine da fuori a dentro. Pochi giorni prima avevo scritto il numero settecento in numeri romani, il numero, sullo specchio, mentre guardavo da fuori a dentro pure io.  Ogni volta che mi guardavo ritratto in quella cornice sembrava che avessi addosso un nuovo tatuaggio fatto da quelle tre iniziali. Ma io ero all’incontrario, con la destra a sinistra e la sinistra al posto della destra. Proprio mentre passavo il polpastrello lungo la di, prima delle due ci, mi sono ritrovato a pensare che il blu non è un colore che mi piace. Non ha ancora scelto se essere celeste o nero e forse è finito il tempo per essere indecisi. Soprattutto adesso che, inaspettata, ti ritrovi con la primavera a portata di occhio e di calendario. Quindi mi ritrovo qua, mentre sta per finire il tempo in cui posso vedere il mio respiro ad aspettare ieri. Perché ieri verrà, ne sono sicuro, dato che quei capelli corti che avevi nel sogno erano i miei e sì, è vero, ci stavano male, stavano male a te, stavano male a me, erano troppo corti mentre a me piace il fatto che possa avere sulla mia fronte i miei riccioli di nuovo. Faccio un giro su uno dei miei ricci e spero, pensandoci, che lei capisca che ho solo una tremenda paura. Di un po’ di cose. Non voglio dirle che mi piace questa cosa, e molto. Però, la primavera, anche se a mare, che arriva inaspettata e inattesa, fa sempre bene. Come è inadeguato il fatto che riesca peggio a esprimermi se voglio descrivere, scrivendolo, qualcosa di bello.

21, 22, 23, 24.2. 2012

Stubborn love

Odi et amo, XII

Tesoro, io per te sacrificherei la vita di chiunque…anche la tua!

Non mi piacciono le parole agendo, in italiano, e foreign, in inglese. Mi piace andare a correre al tramonto e mi piace vedere il tono di azzurro che prende il cielo quando il sole è appena tramontato. Sì, ho fatto bene a dare retta all’uomo che corre. Guardare le punte degli alberi serve a vedere anche qualcosa di infinitamente bello. Mi piace scoprire che al supermercato ci sono in offerta i prodotti del Trentino e dell’Alto Adige. È naturale, quindi né bello né brutto, avere paura quando si dà il benvenuto ai fantasmi. È una sensazione unica, che però si ripete ogni dodici mesi, sentire che anche quest’anno il fottuto inverno ne uscirà sconfitto. Mi piace avere bisogno di interrompere gli esercizi per correre a segnare qualcosa che mi è venuto in mente. Mi piace meno, invece, dover interrompere gli esercizi e venire meno alle tre parole che sommate fanno settecento. No, quello che volevo scrivere qua non lo scrivo, è meglio così. Mi piace quando m’impongo di rallentare. Il carnevale ‘un mi garbava nemmeno quande mi toccava vestimmi da Zorro. Figuriamoci ora. Mh, forse non mi garba proprio perché da piccino mi vestivo da Zorro. Interessante. Un buongiorno inaspettato è splendido. Trovo bellissimo arrivare a casa, nel silenzio, magari dopo aver salutato il cane, salire lentamente i sei scalini per andare in camera e togliersi la maglietta rimanendo così a torso nudo. Anche a costo di sentire freddo. A costo di sentire freddo. Mi sorprendo negativamente nell’avere difficoltà a raccontarmi una cosa bella, forse molto bella, che mi sta capitando. Che strano. Non so se mi piace o meno avere questa paura di aprirmi completamente ma, viste le precedenti esperienze, forse va bene così. Quindi scusami. Imporsi di rallentare. Già. Mi garba l’ultimo disco de Il Teatro degli Orrori, ma parecchio. Mi piace il silenzio, soprattutto capire che parole e suono spesso non sono necessari. Mi sento un adolescente quando racconto certe cose ma non so veramente quali altre strade prendere. Odio i sogni che mi fanno svegliare e ho il terrore di quella cosa che lì. E poi quei capelli erano troppo corti, tagliati a quel modo. E comunque, a me, le “amiche” m’avrebbero fatto anche venire il latte ai ginocchi. E che palle.

La descrizione di un attimo, 101

 

The calm kept silent for too long,
brooding over what was to come,
and composing a symphony of flawless,
boundless scale that rang out slowly,
touching the edge of time.

From the earth’s warm cradle it begins,
entitled, we shed our reverent skin.
With a glimmer and a breath,
heartbeats mark more than life and death.

We’ve walked these sands and offered all within our minds
just not these hands that built the wall between earth and sky.
if truth is what we truly seek, then strike us blind-
because we all refuse to let these scales fall from our eyes.

May we see how small we really are

Let us feel how small we truly are.

A Hope for Home, Calm

Hwal

Help me not to tell lies

Cammino, cercando di stare in equilibrio, su questi pali piantati nel terreno che sta sotto all’acqua. Che poi, i pali non sono altro che le mie sicurezze, che fragili non sono. Anzi. Io, sicuro di essere insicuro o, meglio ancora, cammino sulle insicurezze che sono sicuro di avere. Porto nelle mani un arco e le frecce spuntano dal mio fianco dove una ferita, un buco nella pelle e nella carne, funge da faretra. Carico le frecce e le scocco cercando di colpire, senza perdere equilibrio, memoria e orizzonte, i grossi pesci dalle cui bocche e branchie spuntano questi pali. A dire la verità, difficoltà e abilità stanno entrambe proprio nella perdita dell’equilibrio, come mi ha insegnato il Maestro. Il peso del corpo deve bilanciare i movimenti e reagire al peso del braccio che si estende per caricare il colpo. Compensare la velocità della freccia che parte verso l’acqua, a colpire le paure da cui nascono le mie insicurezze. Perché non sono nient’altro che le mie paure quei pesci, nascosti nell’acqua limacciosa di questo torrente ed essi non nuotano bensì strisciano, lasciando sul fondo scie come serpenti fatti di niente. Il Maestro se n’è andato oramai da diverse ore, lasciandomi qua, da solo, a esercitarmi. Devo colpire i pesci senza cadere in acqua e in più devo ripetere per settecento volte il numero tre e i suoi primi sei multipli ogni volta che parte una freccia. Soprattutto prima e durante. Quindi respiro, tendo la corda, appoggio la freccia e tocco il vento che sfiora le piume, raccontandole. Il pollice e l’indice della mia mano destra ruotano intorno alla punta di metallo che accarezzo, come se fosse. Allontano le due dita facendole scorrere lentamente fino al legno, anzi dove i due legni, quello della freccia e quello dell’arco, si incrociano, si toccano per diventare una cosa sola. Il metallo, così freddo, mi ha dato l’impressione per un attimo che sui miei polpastrelli un velo di rugiada si fosse appoggiato. Mi sbaglio. Respiro di nuovo. La freccia è dove deve stare. Respiro, in mente vedo le mie tre iniziali e comincio a recitare i settecento numeri. Con gli occhi sulle mie paure e la mente rivolta alla Grazia, che trovo lungo la strada racchiusa tra i multipli del tre, taglio l’aria con la punta della mia freccia. Colpisco il pesce, vedo la punta entrare nella sua carne e mi guarda mentre muore. Sembra sorridere nel lasciarmi e nel lasciarsi andare. Dall’alto di questi pali farò cadere i semi nella ferita che la freccia ha aperto anche sulla terra. Germoglieranno, daranno vita. A fine giornata scenderò da quassù fino al livello dell’acqua. Dovrò raccogliere le prede che ho cacciato e così stasera potrò mangiare e nutrire i demoni che vivono con me nella casa che una volta ho sognato.

20.2.2012

16.12

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