L'uva e l'ozio

Di uva, ozio e autarkeia

La mia casa

René Magritte, L’Empire des lumières

René Magritte, L’Empire des lumières

La mia casa, come tutte, o quasi, le case di coloro che si portano dentro la tempesta, ha una parte buona e una parte cattiva. Nella parte buona, una volta, sono riuscito a sconfiggere il minotauro dopo una lotta estenuante. Da quanto eravamo stanchi, il colpo di grazia l’ho dato semplicemente sbattendo le palpebre dell’occhio destro. Nella parte cattiva, invece, un piccolo minuscolo insetto mi ha tenuto sveglio per svariate notti, soprattutto il lunedì notte, minacciandomi. Nella parte buona c’è un balcone e per raggiungerlo basta salire delle scale dove, su ogni gradino, è possibile trovare tutte le cose che mi affascinano. Queste, le cose che mi affascinano, delle quali e per le quali mi appassiono, sono tutte quelle a cui non ho mai pensato e che riescono a sorprendermi. Ciò che rimane sempre uguale sono riuscito a riporlo nello stanzino che si trova in fondo alle stesse scale. Ogni tanto apro la borsa dove l’ho lasciato ma la richiudo dopo poco, pena l’annoiarmi. Lascio tutto giù nella stanza. La borsa oramai chiusa, senza lucchetto perché poi dovrei nascondere la chiave. Anche la porta, uscendo, lascio aperta, dato che le cose che rimangono sempre uguali hanno bisogno di cambiare aria ogni tanto. Lasciando la porta aperta, dopo essere uscito, salgo le scale cercando di raggiungere il balcone senza fermarmi tutte le volte a osservare tutti i singoli oggetti che stanno sui singoli gradini. Arrivo dunque in cima alle scale ed esco sul balcone. Mi accorgo che è piovuto fino a pochi minuti fa e cerco di scansare, camminando, l’acqua che sta sulle mattonelle rosse. Col piede seguo il contorno delle pozze come se dovessi disegnarlo, come se dovessi tracciare e volessi tracciare qualcosa che fra un’ora, forse meno, non ci sarà più. Credo sia importante tenere traccia del passato, di ciò che non torna perché forse tornerà con una forma diversa e sarà interessante, stimolante, cercare di far coincidere il nuovo con il vecchio. Si tratterà di fare un puzzle degli eventi, con gli eventi. Appena finito il puzzle, con molta cura, si dovrà provare a incollare le tessere su di una tavola di legno compensato e, quando la colla si sarà asciugata, l’immagine che è venuta fuori andrà appesa in una delle due parti della casa. Non nego che sarà difficile scegliere in quale parte verrà appeso il quadro con il legno e le tessere e la colla.

 9-11.9.2014

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Kybedì

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Hayao Miyazaki

lunedì è il giorno delle streghe, Angie

Lunedì è il giorno delle streghe e passo la notte di ogni domenica a sgranare i chicchi dell’orologio facendoli cadere sul cuscino e poi spostandoli con le lancette. Per far passare più velocemente il tempo prima del sole e dell’alba cambio i nomi alle cose che ho intorno, cercando assonanze e differenze senza rendermene conto, senza dar loro importanza e provando a perderli, i nomi, negli angoli della notte. Non è da tutti perdere nomi, soprattutto quando gli stessi nomi vengono persi da chi li ha creati dati e inventati. Dico di tenere a cuore tutto ciò che creo e che vorrei creare invece faccio scivolare molto di tutto. Prometto, mi prometto, mari e monti, cieli da attraversare e altezze infinite ma alla fine mi ritrovo a fissare un foglio bianco con la paura di non riuscire mai a riempirlo. Come se il vuoto, poi, avesse altra importanza che non sia quella di doverlo, poterlo riempire e farlo quindi diventare contenitore, alzandone i bordi perché il contenuto non strabordi. Provo a riposare gli occhi distogliendoli e distogliendo la loro attenzione dal foglio bianco, dalla luce che sembra emanare in questa notte piena di angoli e spigoli. Sento scivolare via i pensieri lentamente, lasciano però una bava simile a quella delle lumache e sento la mia pelle appiccicosa, appiccicosa che allontana il sonno ricordandomi che stanotte ho un compito e uno solo, quello di contare e lo rimando, provando invece a parlare da solo, così indebolito dalle mie sicurezze e provando a difendermi con i miei dubbi. Li lascio cadere uno a uno, i pensieri, che domattina li spazzerò via prima di uscire per andare a lavorare. Alla fine della giornata, quando sarà ora di andare a letto, li ritroverò lì, accanto al cuscino insieme ai chicchi sgranati, ad aspettarmi non appena proverò a chiudere gli occhi. Certamente me li faranno pure chiudere ma sono sicuro che, a un certo punto della notte, passeranno a pochi centrimetri dal mio orecchio destro e sussurreranno qualcosa di incomprensibile, giusto per farmi svegliare, guardare l’ora e domandarmi cos’è che hanno provato a dirmi. E mi dispiace, perché poco prima, sognandolo, ho sentito un suono piacevolissimo. Forse il più bello al mondo. Il vento soffiava tra le canne a lato della strada dove stavo camminando e le foglie toccavano, lunghe e rigide ma piegate, i tronchi duri e lucidi sfiorandoli. Le canne erano a poca distanza dal muretto dove, ogni giorno, fuori dal sogno, una lucertola sembra aspettarmi per poi nascondersi. Non l’ho mai vista, se non la coda, di sfuggita, la scorsa settimana. Quando mi sono svegliato, uscendo dalle poche ore di sonno che ogni domenica notte mi aspettano, mi sono accorto che mi mancano tutte le cose che non ho creato. Anche i nomi, mi mancano. Mi mancano perché non esistono e mi mancano perché avverto la nostalgia del processo che mi portava verso di loro. Quando mi sono svegliato ho capito che la cosa più bella che esiste al mondo sono le nuvole.

Remember me as a time of day

6.9.2014

La descrizione di un attimo, 132

 

A sun that never sets burns on.
New light is this river’s dawn.

When to speak of a word so old
is to relearn what is known.
A time to think back and move on.
Rebuild the loves of lives long gone.

The blood that flows through me is not my own.
The blood is from the past, not my own.
The blood that leads my life is not my own.
The blood is strength, I’m not alone.

Neurosis, A Sun that Never Sets

Ipse dixit, 132

deep1

Sai Mimì che la paura è una cicatrice che sigilla anche l’anima più dura

Manuel Agnelli

 

 

Dagli angoli

Gabriele Basilico

Gabriele Basilico

spegniamo tutto, restiamo soli, non pensiamoci più

Da grande avrei voluto rompere bottiglie di vetro e metterne i pezzi sopra i muri. Le parole, così, non sarebbero riuscite a raggiungermi e avrei potuto osservare i miei pensieri zampettare tranquilli sopra quei vetri appuntiti. Perché loro, i pensieri, non possono tagliarsi con i pezzi di vetro. Io stesso avrei avuto paura di rompere le bottiglie e seminare i pezzi di vetro. Però, dopo aver finito il lavoro, avrei appuntato la paura sulla mia agendina per poterla eventualmente usare di nuovo più in là. È giusto che ognuno possa scegliersi la propria paura, per potersi così disegnare il volto e le mani. Di certo lui quella paura non se l’era segnata quando è venuto a parlarti e ti ha detto che non poteva averla annotata. Tuttora non capisce il perché non avendo mai fumato e bevuto pochissimo. Tu gli rispondevi che basta mangiare, vivere e respirare per ritrovarsi scritta la k, sì, la lettera, nient’altro che una lettera, scritta su foglietti rossi e bianchi. Ma ora, mentre mi pulisco le mani con un pezzo di stoffa sporco, togliendo i cristalli che mi son rimasti nelle pieghe e negli angoli della pelle e quelli più verdi sono quelli che danno più fastidio, perché non ha un motivo per essere più fastidiosi, tu provi a parlarmi raccontandomi dei denti di lupo che una volta hai trovato nel bosco. Le tue parole cadono a terra e io non posso far altro che raccoglierle e lanciarle oltre il muro dove ho messo i pezzi di vetro. È bene che stiano di là, che ci restino per un po’, perché le parole rimaste in terra rischiano poi di germogliare e fare alberi quando, invece, sono solamente lettere, righette e lineette. Quindi è necessario dare meno importanza possibile alle parole, a tutte le cose che si dicono senza pesare ma anche a tutte le cose che si dicono e basta. Quindi forse mi capisci, se vedi che senza ascoltarti troppo, ma solo un poco, mi piego e piego il braccio per gettare via le parole. Capisci quindi che il silenzio spesso è necessario, che non sempre c’è bisogno di avere un’opinione, un consiglio e condividerlo con chi si ha di fronte, incurante del fatto che il suo anno brutto è cominciato solo tre mesi prima del dovuto. Così anche io resterei in silenzio, senza dover per forza riempire i vuoti che la norma vorrebbe sempre occupati dalla certezza e dalla verità. E, invece, io non ce la faccio a parlare con leggerezza di tutto quello che è più grande di me, di tutto ciò che non posso controllare semplicemente perché non ho scelto, tra gli anni e i mesi possibili, proprio questi che mi ritrovo nel cassetto delle due case che ho. Tutto questo sarebbe successo davvero se da grande avessi potuto rompere bottiglie, metterne i pezzi di vetro sui muri e oltre a quei muri avessi potuto confinare tutte le parole che non sopporto e che invece sono costretto a condividere. Ora, che sono grande, ripenso che non ho fatto nulla di tutto ciò e quindi non posso far altro che continuare a togliermi le briciole di vetro verde dalle mani con uno strofinaccio. Certo non posso farlo spesso ma spero che questo poco mi basti.

Blindsided

2.7.2014