L'uva e l'ozio

Di uva, ozio e autarkeia

Categoria: Traum

Ipse dixit, 135

Gian Lorenzo Bernini, Il ratto di Proserpina

Gian Lorenzo Bernini, Il ratto di Proserpina

When man
enters woman,
like the surf biting the shore,
again and again,
and the woman opens her mouth in pleasure
and her teeth gleam
like the alphabet,
Logos appears milking a star,
and the man
inside of woman
ties a knot
so that they will
never again be separate
and the woman
climbs into a flower
and swallows its stem
and Logos appears
and unleashed their rivers.

 This man,
this woman
with their double hunger,
have tried to reach through
the curtain of God
and briefly they have,
though God
in His perversity
unties the knot.

Anne Sexton, When Man Enters Woman

La mia casa

René Magritte, L’Empire des lumières

René Magritte, L’Empire des lumières

La mia casa, come tutte, o quasi, le case di coloro che si portano dentro la tempesta, ha una parte buona e una parte cattiva. Nella parte buona, una volta, sono riuscito a sconfiggere il minotauro dopo una lotta estenuante. Da quanto eravamo stanchi, il colpo di grazia l’ho dato semplicemente sbattendo le palpebre dell’occhio destro. Nella parte cattiva, invece, un piccolo minuscolo insetto mi ha tenuto sveglio per svariate notti, soprattutto il lunedì notte, minacciandomi. Nella parte buona c’è un balcone e per raggiungerlo basta salire delle scale dove, su ogni gradino, è possibile trovare tutte le cose che mi affascinano. Queste, le cose che mi affascinano, delle quali e per le quali mi appassiono, sono tutte quelle a cui non ho mai pensato e che riescono a sorprendermi. Ciò che rimane sempre uguale sono riuscito a riporlo nello stanzino che si trova in fondo alle stesse scale. Ogni tanto apro la borsa dove l’ho lasciato ma la richiudo dopo poco, pena l’annoiarmi. Lascio tutto giù nella stanza. La borsa oramai chiusa, senza lucchetto perché poi dovrei nascondere la chiave. Anche la porta, uscendo, lascio aperta, dato che le cose che rimangono sempre uguali hanno bisogno di cambiare aria ogni tanto. Lasciando la porta aperta, dopo essere uscito, salgo le scale cercando di raggiungere il balcone senza fermarmi tutte le volte a osservare tutti i singoli oggetti che stanno sui singoli gradini. Arrivo dunque in cima alle scale ed esco sul balcone. Mi accorgo che è piovuto fino a pochi minuti fa e cerco di scansare, camminando, l’acqua che sta sulle mattonelle rosse. Col piede seguo il contorno delle pozze come se dovessi disegnarlo, come se dovessi tracciare e volessi tracciare qualcosa che fra un’ora, forse meno, non ci sarà più. Credo sia importante tenere traccia del passato, di ciò che non torna perché forse tornerà con una forma diversa e sarà interessante, stimolante, cercare di far coincidere il nuovo con il vecchio. Si tratterà di fare un puzzle degli eventi, con gli eventi. Appena finito il puzzle, con molta cura, si dovrà provare a incollare le tessere su di una tavola di legno compensato e, quando la colla si sarà asciugata, l’immagine che è venuta fuori andrà appesa in una delle due parti della casa. Non nego che sarà difficile scegliere in quale parte verrà appeso il quadro con il legno e le tessere e la colla.

 9-11.9.2014

Noi, le rose

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Peter Saville

“Help me through this”

Ho spezzato, macinato e triturato i denti che ho sognato negli anni passati. La polvere che ne ho ricavato l’ho setacciata e l’ho versata in una bottiglia piena d’acqua, per annaffiare le piante che stanno nel giardino. So che un giorno, all’alberello di rose gialle bianche e rosa che crescerà proprio nel mezzo del giardino, attaccherò con spago, o con un ramo verde di ginestra, un foglietto dove precedentemente avrò scritto che senza il bene non può esistere il male o, perlomeno, non può esisterne la consapevolezza, la coscienza stessa, del male. Non avevo scritto quelle parole con la penna. Avevo ritagliato le singole lettere di tutte le parole dalle pagine di un giornale dove avevo letto, appunto, di una persona che soffriva dello stare bene. Si sentiva in colpa per stare bene e sentire il dolore, il male, era per lui più corretto. In passato ha provato a godere e approfittare di tutto ciò di bello che gli capitava eppure cercava di non sorridere troppo. Non che non sentisse di meritare il bene. Diceva che era meglio essere sempre preparati al male e se non al male al peggio, per quanto possibile. Eppure, nonostante questo, noi, e lui, presentavamo gli stessi fiori a chi stava fuori da casa nostra. Altri, siepi, muretti, reti, ringhiere. Noi, le rose. Adesso il muro è qua davanti, davanti a me. Insormontabile e incomprensibile, nella nebbia avvolto per non mostrare non tanto il futuro, quanto l’attuale minuto che scorre e che spesso sfugge al pensiero, al sogno e al sonno. Provo a contare all’incontrario partendo da novanta, come la paura, e sorrido quando sento che le tempie si distendono, che il morso dei denti si allenta. So che nessuno vedrà quel sorriso, tantomeno M. che è lontana, accanto a me. Quando allento il morso immagino, forse vedo, attraverso le palpebre, improbabile possibili pronostici uscire dalla gola per andare a incastrarsi tra i pezzi di legno della persiana. Rimarranno lì fino al mattino, fin quando aprirò la finestra a far uscire la notte sicura facendo così entrare di nuovo la realtà, il muro insormontabile e incomprensibile che se ne sta lì come un clandestino che trovi a bordo senza che nessuno ti abbia avvertito. E pensare che a tutti, anche al clandestino, abbiamo offerto rose, le abbiamo mostrate loro e chi le ha volute se le è prese. Quando qualcuno non ci sarà più, dovrò continuare ad accudire le rose, annaffiandole con acqua e polvere di denti sognati. Perchè tutti possano ricevere un fiore da noi.

Pictures of You

7.6.2014

Le lettere

Jiro

Jiro Taniguchi

Ho buttato via molto. Non tutto. Forse meno di quello che avrei veramente dovuto buttare. Ho buttato via lettere, una per una, da sole, oppure insieme a formare parole e poi di nuovo lettere. Con o senza busta. Non aveva senso lasciare le buste senza le lettere dentro mentre avrebbe avuto senso lasciare e custodire nei cassetti le lettere senza buste. Ho preferito, invece, strapparle e buttarle via, comprese quelle in cui, da piccolo, ho annotato tutte le volte che alzavo gli occhi al cielo tutte le volte che sentivo passare un aeroplano. Da piccolo, anni fa, ero ben più attento di adesso al rumore che facevano gli aeroplani, quelli che passavano nel cielo. Ho buttato via i foglietti di carta che riempivo quando avvertivo l’urgenza di scrivere. Su di un lato prendevo gli appunti mentre ero a lezione e sul retro scrivevo quello che mi passava per la mente. Scrivevo di regine e di coltelli, ignorando che un giorno quell’urgenza sarebbe diventata sforzo, sacrificio, peso. Dovere. Magari lo stesso giorno in cui mi sono accorto che, rimanendo un po’ più a lungo fuori prima di tornare a casa, ho imparato a capire qual è l’esatto momento in cui la pioggia si avvicina. È bastato sentire il vento sulla pelle del viso. Ero troppo distante da casa in quel momento, ho accelerato il passo ma ha cominciato a piovere forte con le gocce d’acqua che bucavano l’asfalto. Sono riuscito ad arrivare a casa e mentre gocciolavo sciogliendomi sul pavimento ho visto, con la coda dell’occhio, una donna che seduta al tavolino stava cercando di ricomporre le lettere che avevo strappato. La conoscevo, quella donna, molto bene. Una volta si era pure presa la confidenza di raccontarmi un suo sogno, nel quale diceva di essere riuscita a trovare una scatola di scarpe con tre scarpe al suo interno. Mi sono affacciato alla porta della cucina e lei ha alzato lo sguardo. Mi sorrideva mentre con le mani continuava a tendere il nastro adesivo con cui cercava di fissare i pezzi di carta strappati. Sopra una sedia aveva messo le lettere che aveva aggiustato. Il sorriso che aveva sul volto mi faceva capire che aveva letto quelle lettere. Forse le trovava stupide, infantili, ingenue e non lo so, dato che non gliel’ho mai chiesto.

After laughter (comes tears)

4.4.2014

I penultimi passi

Caprimulgus

Odio la luce del mattino che occhieggia da fuori, ponendo limite alla notte. Non avevo ancora finito di arringare le folle, di incitare i miei eserciti e di urlare la mia rabbia dall’altro dei promontori delle mie paure e già devo adeguarmi alla normalità del giorno. Sorge il sole e la roccia su cui appoggio i miei piedi brilla, rispecchia la luce forte e gialla. Adagio se ne vanno via le persone che mi ascoltavano fino a poco fa. Chi in silenzio, chi parlottando a bassa voce con il vicino. Per pochi secondi penso, anche, che, forse, dovrei richiamarli indietro chiedendo loro di continuare ad ascoltarmi. Poi rinuncio, sono di girati di spalle e i primi, quelli più in fondo, se visti dalla mia prospettiva, sono oramai già lontani. Esito, non riesco a decidermi se anche per me è giunto il momento di lasciare questo sasso e scendere la china, cercando di non inciampare sui ciottoli più o meno appuntiti e magari ritrovarmi a rotolare fino in fondo. Ho sempre preferito la salita alla discesa e riconosco che la mia è una predisposizione quasi più muscolare che intellettuale o spirituale. Provo a quindi a contare i respiri mentre scendo, come mi è stato consigliato. Non funziona per calmarmi e per avere meno paura della discesa. Provo quindi a distrarmi seguendo il volo di un falco. Lo riconosco dalle ali, dalle punte delle penne delle ali che rimangono sempre rivolte verso l’alto. Forse sta cacciando e forse mi sta guardando. Di sicuro mi sta vedendo, da qui capire se è interessato a me mi è impossibile. Continuo a scendere, quindi, mentre il volatile si allontana, continuando a girare intorno alle nuvole lassù in alto. Continuo a scendere e provo ad attirare la sua attenzione, prima fischiando, poi gridando vocali. Infine, provo a chiamarlo con parole a caso, che hanno senso ma non in questo momento. A una parola sembra voltarsi di nuovo verso di me, approfittando forse della curva che sta facendo in aria. Di certo gira gli occhi verso di me, lo vedo. Non si avvicina. In effetti la parola che ha attirato la sua attenzione è brutta perché le consonanti che si scontrano in essa sottolineano il significato tremendo che ha. Peggiore della fine c’è solo la strada che porta verso la fine. Il falco si è definitivamente allontanato e io decido finalmente di arrivare in fondo alla discesa. Il sole è già alto e ho da fare, lasciando da parte la stanchezza per i comizi notturni. Anche per oggi, invece di guardare qualcuno dall’alto in basso sorridendo come l’età e i programmi avrebbero voluto, devo di nuovo accompagnare i suoi penultimi passi.

A Song to Our Fathers

12-28.05.2014