L'uva e l'ozio

Di uva, ozio e autarkeia

Categoria: cit.

Ipse dixit, 135

Gian Lorenzo Bernini, Il ratto di Proserpina

Gian Lorenzo Bernini, Il ratto di Proserpina

When man
enters woman,
like the surf biting the shore,
again and again,
and the woman opens her mouth in pleasure
and her teeth gleam
like the alphabet,
Logos appears milking a star,
and the man
inside of woman
ties a knot
so that they will
never again be separate
and the woman
climbs into a flower
and swallows its stem
and Logos appears
and unleashed their rivers.

 This man,
this woman
with their double hunger,
have tried to reach through
the curtain of God
and briefly they have,
though God
in His perversity
unties the knot.

Anne Sexton, When Man Enters Woman

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Ipse dixit, 134

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Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov’erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d’un poeta o mutarsi
in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.

Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

Traducendo Brecht, di Franco Fortini (10.9.17-28.11.94)

(la poesia è l’editoriale del numero 1078 di “Internazionale”, 21/27 novembre 2014)

Ipse dixit, 133

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Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico,
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto il male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo. 

Pier Paolo Pasolini, Alla mia nazione

Ipse dixit, 132

deep1

Sai Mimì che la paura è una cicatrice che sigilla anche l’anima più dura

Manuel Agnelli

 

 

I segni sui muri

2012-08-12-17.28

Marseille, Le Panier

excuse me, I’m lost

Mi fa male la curva che va dall’infinito al plesso solare. Proprio dove mi fa più paura. Infatti, il dolore lì si nasconde. Provo a premere il muscolo e fa ancora più male e mi gira la testa. Chiudo gli occhi, quindi, respiro a fondo e quando li riapro, gli occhi, sto ben attento a non guardare direttamente la luce. Le gocce d’acqua hanno lasciato tracce e scie e linee sulle mattonelle su cui si posa il mio sguardo e cerco di seguirle. Mi accorgo che le linee compongono lettere e queste diventano parole. Chiudo l’acqua, perché nuove lettere cancellerebbero quelle che già ci sono e aiutandomi con le dita cerco un senso alle parole della mattonelle. Mi accorgo che erano parole mie, non nel senso che fossero neologismi da me inventati ma che, nelle sequenze in cui erano scritte sulla parete, mi erano venute in mente durante la settimana appena terminata e avrei voluto appuntarle da qualche parte. Non avevo niente su cui scrivere e appuntare quelle frasi e credo che anche se avessi avuto qualcosa non avrei scritto nulla, rimandando a una futura frase, ben più sensata e intelligente. Ho letto da qualche parte che c’era una persona, un poeta portoghese, il quale era solito scrivere le sue frasi, le sue parole, sui tovaglioli e sulle tovagliette del bar dove si recava ogni sera dopo il lavoro. Si alzava dopo aver consumato, lasciando sul tavolo tovaglioli e tovagliette sporcati e segnati di inchiostro che un solerte cameriere avrebbe poi gettato nella spazzatura. Parole lasciate, perse, dimenticate e diventate spazzatura. Parole scivolate giù lungo le mattonelle, perse, dimenticate. Esco dalla doccia e cerco di asciugarmi in fretta senza abbandonare le parole pensate e fissandole negli occhi, per non gettarle via, almeno stavolta. Come se ciò avesse importanza, come se le mie parole servissero davvero a qualcosa, oltre che a riempire spazi vuoti e fogli bianchi. Allora, forse, hanno fatto meglio quelle lettere che sono scivolate via senza lasciare un ricordo annebbiato e polveroso; l’andare a ricercarle crea dei vuoti nella mente. Pensi che siano muri altissimi, invalicabili e ti lamenti che è troppo dura arrampicarsi e ti stanchi quando sai invece benissimo che non c’è nessun muro a difendere quelle frasi che pensi di aver lasciato da qualche parte. Non c’è nessun muro perché non c’è niente. Ci sono solo buchi scavati nel cervello, ferite rimarginate, quasi completamente. Ricopro quindi le mie spalle con le scuse che sono tanto bravo a cercare. Mi dico, di nuovo, ancora, che non avevo carta e penna dove lasciare per qualche giorno quelle parole ma le mie spalle sono troppo larghe per riuscire a coprirle con queste scuse. Scuoto la testa, con i capelli bagnati. Mi metto a sedere e apro il quaderno. Decido di non gettarmi a capofitto sulla pagina e cerco di lasciar cadere le lettere come se al posto della penna avessi un contagocce e poi con l’unghia dell’indice distribuisco la goccia d’inchiostro e con la traccia che lascia sul foglio scrivo una parola, poi un’altra, una virgola, un articolo, un’altra parola e ogni tanto un apostrofo, una congiunzione e altri segni grafici. Mi diverto, trovo godimento, fino a quando la curva dell’infinito, dell’otto orizzontale, torna premendo a farsi sentire lì, tra lo sterno e le paure e quindi devo smettere, per massaggiarmi delicatamente il petto, dove più fa male. Non smette, il dolore. Faccio ancora più pressione senza rendermi conto che facendo così, forse, il dolore, il male che avverto, aumenta. Provo quindi a non fermarmi, magari sbagliando, non so. Comincio a usare anche le unghie e con i polpastrelli tento di andare più a fondo. Sento la pelle che non offre più resistenza e sulle dita comincio ad avvertire il caldo umido del sangue che passa attraverso la maglia verde che indosso. Mi tolgo la maglietta, per non sporcarla di più e continuo il mio lavoro, alla radice del dolore. Spostando il muscolo con le dita arrivo a sfiorare lo sterno e con il polpastrello mi accorgo di aver toccato qualcosa che non ha niente a che fare con il mio corpo. Sembra carta, al tatto. Mi faccio largo tra la mia carne e cerco un appiglio, un lembo di questo pezzetto di carta, per tirarlo su cercando di non sporcarlo ancora più di quanto immagino sia già. Quello che mi ritrovo in mano è un rotolino di carta chiuso con un elastico. Pulito. Sembra uno di quei rotolini che facevamo a scuola quando c’erano i compiti. Porto l’altra mano al petto, cercando di chiudere la ferita. Dubito di riuscirci ma ora mi interessa di più il foglietto di carta. Faccio scivolare l’elastico e così riesco ad aprire. La carta è leggermente ingiallita e sembra quella di una tovaglietta, o di un tovagliolo. Apro e leggo parole che a un primo sguardo sembrano scritte in una lingua che non è l’italiano. Guardo più attentamente e nel corsivo scorgo, riconosco, una lingua che non è appunto la mia ma che conosco molto bene. C’è scritto “ho sempre rispettato il tempo della vita e mai i tempi dettati dalle scadenze”. Chiudo la mano e forse accartoccio il foglietto. Porto la mano al petto, quasi sfiorando l’altra, quella che chiude la ferita. Mi alzo dalla sedia. Vado alla finestra e lancio un’occhiata verso la tabaccheria, quella dove invece del resto, quando compro tabacco e cartine, mi faccio dare cioccolatini e metafisica. Accanto alla porta di ingresso ci sono delle scritte fatte con lo spray. Mi fermo a leggere quella che dice “l’orologio è il carcere del tempo”. Abbasso la mano destra e metto il foglietto nella tasca dei pantaloni.

Come Down to Us

26-28.12.213