L'uva e l'ozio

Di uva, ozio e autarkeia

Categoria: L’uomo che corre

L’uomo che corre, 49

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Uvaozio

l’ozio, senza rimorso, è volgare

Fosse per me, farei durare settembre tutto l’anno, mi dice l’uomo che corre. Stiamo correndo insieme sul marciapiede. Il marciapiede del quartiere dove andavamo a correre qualche mese fa. Quello che fa una specie di circuito e che in mezzo ha una pista, forse per le biciclette. Io, per un po’, sono stato a correre in un altro posto ma adesso le giornate ormai son troppo brevi e non c’è illuminazione, dove andavo a correre fino alla scorsa settimana . Farei durare settembre tutto l’anno, mi dice l’uomo che corre. Lo dice mentre corriamo e lui accelera e rallenta e quindi non sempre siamo vicini, a contatto quasi. Quando si allontana non parliamo e quindi devo attendere che si riavvicini per comunicare con lui. Per anni, racconta, ho associato settembre con l’odore dei libri nuovi, del legno delle matite. L’odore degli astucci nuovi, appena tolti dalla plastica, soprattutto, era l’odore di settembre. Per me era l’odore di settembre. Comprendo chiaramente cosa dice l’uomo che corre, mentre la sua corsa lo porta un po’ lontano da dove era poco fa. Poi, rallenta, e io mi riavvicino. Riprende a parlare. Nei mesi scorsi, prima di settembre, ho passato giorni e settimane a rompere orologi, pentirmi di averli rotti e speso tempo inutile a metterli a posto cercando le lancette e i numeri tra i vetri. L’uomo che corre fa una pausa. Tempo inutile? chiedo. Sì, non sono stato capace di rimettere tutto a posto. Vedi, mi spiega, settembre per me è sempre stato il primo periodo dell’anno, altro che gennaio. Annuisco in silenzio. L’odore delle matite, degli astucci, ha a che fare con questo, l’anno scolastico cominciava e gennaio, ma anche maggio, diventava settembre. Settembre era gennaio, e maggio, insieme, aggiunge l’uomo che corre dopo una breve pausa. D’estate ho provato a rimettere insieme gli orologi. Aggiungere lancette al quadrante e coprire tutto con il vetro ma non ero costante. Aspettavo settembre, e rimandavo. Si allontana di nuovo e penso al fatto che stavolta l’uomo che corre sembra meno nervoso, ha meno scatti. Lo sento ricominciare a parlare mentre mi riavvicino, andando avanti, sempre con il mio passo costante. Qualcosa ho fatto, a settembre, ho provato a mettere assieme ai pezzi. Avevo anche delle richieste, degli ordini, chiamiamoli così. Ordini? Lavoravi per qualcuno? Gli chiedo. Beh, una persona, due, mi aveva chiesto di rompere l’orologio che portava e poi rimontarlo, rimetterlo a posto come se lo era immaginato. Effettivamente, qualcosa ho fatto ma alcuni pezzetti e lancette che non sono riuscito a rimettere insieme li ho messi in dei barattoli vuoti che ho nei mobili di cucina, gli stessi barattoli, lo stesso vuoto dove ho lasciato tutto ciò che mi servirà quest’inverno. Quindi non hai consegnato i lavori che hai finito? domando all’uomo che corre. No, li tengo in un cassetto. Nello stesso mobile dove ho appoggiato i barattoli. Magari mi dimenticherò dove li ho messi, gli orologi che ho rimesso insieme, ma almeno non dimenticherò che ho dei lavori da finire, da terminare. Rimaniamo in silenzio pochi secondi, fino a quando l’uomo che corre mi saluta alzando la mano sinistra. Ricambio il saluto con un cenno della testa e lui si allontana. Si ferma dopo pochi metri e si ferma per aspettarmi. Mi sono dimenticato di dirti, mi dice, che ieri ho preso del pane e questo pane è molto buono. Lo guardo. Magari, la prossima volta, te ne porto un pezzo e lo assaggi così mi dici se ti piace, propone sorridendo. Certo, lo assaggerò volentieri, sorrido rispondendo. Mi appoggia una mano sulla spalla. Ti porterò il pane, allora, quando ci vedremo la prossima volta. Va bene, rispondo, sai già quando? chiedo. L’uomo che corre mi guarda, sta zitto pochi decimi di secondo e poi parla. Vediamoci di nuovo quando prepareremo l’inverno.

Tre settimane tra settembre e ottobre 2013

Stranger

L’uomo che corre, 48

cerchioL’uomo che corre si china e raccoglie una cartaccia da terra. La tiene tra le dita e la getta nel cestino che sta alla sua destra. Ci siamo presi una pausa nella nostra corsa che è sempre meno giornaliera e quando ci incontriamo ne approfittiamo per correre insieme e condividere silenzi e parole, parole e silenzi. Poco prima di raccogliere la carta per gettarla nel cestino, stava facendo dei conti ad alta voce che non capivo. A un certo punto, ha annuito e mi ha detto che in quei giorni avrebbe avuto l’età di suo padre quando lui, l’uomo che corre, era stato concepito. La sua conclusione era che non avrebbe fatto in tempo ad avere un figlio prima di quando lo aveva avuto suo padre. Ho provato a obiettare che i tempi sono cambiati, e che adesso i figli si fanno quando si ha qualche anno in più. Lui sorrideva e mi guardava negli occhi e non ero sicuro che mi stesse ascoltando. Non farò in tempo, ripeteva tra le labbra. Hai mai contato sulle dita di una mano quanti giri fa un glifo sul tuo polpastrello? mi chiede interrompendo quello che sembrava un suo mantra sul tempo. No, rispondo cercando di sillabare dentro la mia mente la domanda che mi aveva fatto. Non faccio in tempo a capire se ho capito e lui riprende. Da piccolo pensavo che le dita fossero come gli alberi, mi dice. Ogni anno un cerchio in più? domando. Ogni anno un giro in più, risponde quasi correggendomi. Sì, un cerchio, un giro, quello intendevo, provo a spiegarmi ma questo tentativo non sembra soddisfarlo. No, un giro non necessariamente è un cerchio, mi dice togliendo i suoi occhi dai miei, le parole sono importanti, amico mio. Se ne dicono tante di parole, si fanno promesse e senza parlare si viene a mancare a queste promesse. Oppure sono le parole che mancano alle promesse e certe volte non servono, perché basta un respiro per promettersi una vita. Quando corriamo insieme, vedi, continua l’uomo che corre, facciamo dei giri, ma non necessariamente facciamo dei cerchi e tantomeno usiamo le nostre gambe come compassi che te mi insegni servono a fare i cerchi. Annuisco ascoltando. Da piccolo, riprende dopo una breve pausa, appoggiavo il pollice su un foglio di carta e con il mignolo e provavo a fare un cerchio, immaginario ma non troppo, immaginandolo ma non troppo. Non chiudevo il cerchio, non ce la facevo nemmeno provando ad alzarmi in piedi. Poi, un giorno, ho tenuto fermo il mignolo, il polso e il braccio e ho fatto girare il foglio. Il cerchio immaginato e reale, dato che stava sulla carta, non era un cerchio perfetto ma riusciva a contenere le mie promesse, fatte di parole recitate in silenzio e a volte sussurrate. Lì ho lasciato per conservarle tante promesse ma adesso ricordo di non averci messo, lì dentro, la promessa che dovevo farmi di fare in tempo. Ricordo di averne lasciate altre, tante altre, fuori e con il passare dei giorni, del tempo, le annoto sulle punte delle dita. Non mi basterebbero cento mani, dice, e fa una risata che mi sveglia dal silenzio in cui ero caduto, quasi in preda all’ipnosi delle sue parole. Poi torna serio, l’uomo che corre, mi guarda e mi chiede se la cartaccia che ha raccolto poteva essere gettata lì, in quel cestino dove tutta la spazzatura se ne stava mischiata, senza rispetto di una qualsivoglia raccolta differenziata. Non saprei, ma ormai l’hai gettata, rispondo. Già, oramai l’ho gettata, mi dice. Io vado, ci vediamo uno di questi giorni. L’uomo che corre si gira e se ne va, riprendendo a correre, stavolta da solo. Non ci giurerei, ma mi è sembrato che avesse gli occhi lucidi.

19.12.2012

Lapsus

(Dedicato a S., che ha fatto in tempo)

L’uomo che corre, 47

foto di Uvaozio

Faccio un pezzo di strada assieme all’uomo che corre. Non stiamo correndo, l’ho incontrato mentre andava a lavoro, stavolta. Tiene in mano una scatola di legno con dei tasti, pulsanti, bottoni di plastica colorati. Ogni tanto abbassa la testa, porta la scatola davanti agli occhi e preme dei pulsanti, senza che nulla accada. Non si ferma, però, continua a camminare. Mentre alterna i suoi tentativi, vani, di far funzionare la scatola a testa bassa con i momenti in cui, invece, cammina avanti con lo sguardo teso, mi parla degli immigrati in piazza, tra i banconi del mercato, con le mani in tasca, i capelli rasati e gli occhi lucidi di sonno e tabacco. Hanno giacche della tuta, mi dice, o di jeans e qualcuno fuma sigarette tenendo i filtri tra le dita tonde, grosse e macchiate di giallo. Poi, mi dice delle scaglie di forfora del padre che accompagna la figlia che ha trovato in ascensore. Mi parla anche della ragazza che stava seduta in macchina, scrivendo su un’agendina, davanti al cancello del carcere. Intanto, continua ad armeggiare con la scatola. Non ci capisco nulla, mi dice mentre preme i tasti, dopo che ha lasciato seguire il silenzio alle descrizioni delle persone che ha visto, finora, stamattina. Non capisco qual è la sequenza per far funzionare questo aggeggio, dice, non ci capisco nulla. Lo osservo mentre sposta i pollici dai bordi di legno ai tasti di plastica colorati, e viceversa. Che poi, quale sarà il senso di dover pigiare questi tasti? Mi spiego, se riuscissi davvero a trovare qual è questa benedetta sequenza, avrei risolto qualcosa? Riuscirei a vedere compensati gli sforzi di aver segnato su di un foglio di carta tutte le possibili combinazioni di colori da premere? Non so, non so nemmeno a cosa serve quella scatola, rispondo alle domande e a fatica vengo ascoltato. Non credo, caro bello, non credo che otterrei qualcosa, non credo proprio. E perché continui a provarci, allora? chiedo all’uomo che corre. Ma che ne so, risponde stizzito, cosa vuoi che ne sappia? Non avevo niente da fare e quindi ci provo, tanto fra poco devo entrare a lavoro, che pensi, mica ho tutto il giorno per continuare a rincitrullirmi con questa bischerata. Non so se scusarmi con l’uomo che corre. Non mi scuso, dopo tutto non ho mica fatto o chiesto qualcosa di strano, non ho niente di cui scusarmi. Il mio interlocutore, invece, sembra a disagio per la sfuriata appena fatta e tiene bassa la testa e la scatola di legno dopo il suo sfogo, continuando a camminare. Poi, riprende a parlare. Ne avrei di cose da fare, dice, migliori e più fruttuose del trovare una sequenza di colori e tasti. Eppure continuo a perdere tempo su questa cosa, cercando di risolvere qualcosa che è ormai ben definito, delineato e scritto. Qualcosa di inevitabile che cerco di tenere lontano con questa scatola e che invece perdendo tempo avvicino sempre di più. Annuisco, in silenzio. A pensarci bene avvicinarci si avvicinerebbe lo stesso, anche se utilizzassi in modo migliore il tempo che invece spreco così. Forse mi sentirei a posto con la coscienza e sarei più spensierato, se non perdessi tempo. O forse no, chissà. Chi lo sa? Continuando a camminare, ascoltando io e parlando lui, arriviamo davanti al portone del suo posto di lavoro. Sale i due scalini di marmo tondo e consumato, lucido. Prima di entrare nel portone, si volta verso di me e mi appoggia la mano destra sulla mia spalla sinistra. Sai a cosa penso sempre e spesso? mi chiede. Oramai è del tempo che parliamo di tutto, credo di immaginare, rispondo. L’uomo che corre mi guarda negli occhi, li socchiude e annuisce tratteggiando un sorriso sulle sue labbra. Penso sempre e spesso, dice, a ciò che passa e tutto cambia, ingenuamente sapendo, sperando, che quello che per gli altri è inesorabile, per me non lo sia. Perché, mi dice l’uomo che corre, dentro di me sono sempre convinto che tirando calci a un pallone, tirandolo contro un muro, un giorno passerà e mi noterà un osservatore della Juve e mi farà giocare in Serie A. L’uomo che corre entra in ufficio senza salutarmi. Prima che il portone si chiuda alle sue spalle gli occhi mi cadono sulla scatola che tiene nella mano sinistra, lungo il fianco, e noto che il pulsante blu si illumina per poi spegnersi subito dopo. Si illumina e poi si spegne, una seconda volta prima che il portone sia chiuso del tutto.

20-25.9.2012

Seek the end

L’uomo che corre, 46

volo ut sis

Ho incontrato l’uomo che corre, oggi. Non correva, camminava. Mi ha detto di essersi fermato un attimo sotto una cascata di parole e si è ritrovato con le braccia umide, come quando cammini a luglio, una mattina, il cielo è coperto e la percentuale nell’umidità nell’aria è superiore a quella delle aspettative. Oramai ho imparato a non commentare certe uscite al limite della realtà dell’uomo che corre, e cammina ma non nego che, senza più obbligo di contrastare le sue parole, di giustificarle, di averle spiegate, mi piace immaginare e disegnare in testa i quadretti che descrive. Mi domando se le lettere, che come si sa compongono le parole, cadevano in cascata, altrimenti non sarebbero cadute, se fossero grosse o piccole e se erano colorate o come l’acqua. Ti dico che dopo essere stato sotto quella cascata che ti dicevo, mi dice l’uomo che corre, ho deciso che dovevo cominciare a camminare. E non corri più? chiedo. Corro sì, continuo a correre. Non ti incontro più, però. No, vero, corro in orari diversi da te, diversi da prima. Corro in casa, corro da fermo, per esempio. Ho capito, dico io. Quindi cammino, riprende l’uomo che corre da dove si era fermato, al mattino e in salita, al pomeriggio in discesa, sempre la solita strada che ogni giorno però è diversa. Correndo non potrei notare come le cose cambiano, per esempio un giorno un gatto se ne stava sdraiato mezzo addormentato e non ha fatto né a né ba al mio passaggio mentre il giorno dopo, ben sveglio e vigile, se n’è fuggito a gambe levate non appena mi ha sentito e poi visto arrivare. Annuisco. Però non è strettamente collegato, continua l’uomo che corre, il fatto che io abbia cominciato a camminare alla cascata di parole. O meglio, è collegato cronologicamente, perché prima non camminavo e poi sì. Certo, interrompo sorridendo, a sentirti parlare sembra quasi che prima tu non sapessi camminare, quasi come un bambino che lentamente impara a stare in piedi e poi camminare con le proprie gambe. L’uomo che corre mi guarda in silenzio e lentamente abbassa il mento. Direi che stava annuendo ma non ne sono certo. Comunque sì, le parole mi hanno bagnato e io ho preso a camminare, che combinazione. E poi, non ti ho detto che certe volte ritrovo quelle parole, anzi quelle lettere, sugli angoli dei muri di tufo, o di travertino, che sfioro mentre cammino spedito, senza considerare quanto i muscoli tireranno quando mi sarò fermato e incurante della maglietta madida di sudore sulla schiena. Trovi lettere sui muri? chiedo. Sì. Le raccogli? No, assolutamente, non posso e le lascio lì dove stanno sperando o anche no che il giorno dopo ci siano sempre cercando così di ricordare il tracciato come un filo di Arianna e provando e riprovando a trovare in quale lingua la sequenza di lettere così come la leggo e la tocco possa comporre, possa valere, una parola di significato certo e magari compiuto, pur ammettendo che la compiutezza di tali parole non rientra nei miei interessi e nella mia priorità. L’uomo che corre, e ora cammina, si mette in silenzio e sfiora l’angolo della casa che ha alla sua destra. Magari lo sono davvero bambino, dice dopo qualche secondo, e magari sto imparando a camminare. Magari, poi, un giorno, potrò anche camminare da solo. Per adesso raccolgo informazioni sfiorando le lettere sui muri. Annuisco e non commento. Dai, ti saluto. Bene, mi ha fatto piacere incontrarti di nuovo, dico all’uomo che corre. Vediamo un giorno di correre di nuovo insieme. Sì, se ci troviamo, possiamo anche correre di nuovo insieme, mi dice l’uomo che corre subito prima di voltarsi a destra e salire le scaline che vanno verso la piazza.

Movie (never made)

27.7.2012

L’uomo che corre, 45

i ragni possono esserci

Non so. Non so, ha detto l’uomo che corre oggi quando l’ho incontrato. Cos’è che non sai? gli ho chiesto. Boh, non so. Ah ecco, commento. Fa una pausa di riflessione, l’uomo che corre, poi riprende. Non so quali possano essere i miei obiettivi adesso, la direzione, sì. Hai presente quando stai tanto tempo a fissare qualcosa e, poi, o smetti di fissarla oppure quel qualcosa se ne va, scappa? Forse ho capito cosa dici, rispondo ma lui continua, forse senza neppure ascoltarmi. Da bambino, quando giocavo a pallone, speravo sempre che qualcuno vedesse quanto fossi bravo e mi chiedesse di fare un provino con qualche squadra di serie A. Correvo, calciavo il pallone contro il muro, lo riprendevo e vedevo, avvertivo, i miei goffi movimenti come magie da fuoriclasse. Quell’osservatore alla fine non è mai passato, oppure è passato senza che io sapessi che lo fosse e non mi ha notato e, forse, anche in quel caso, mi sono reso conto che era ora di smetterla di dare calci a un pallone. Anche perché poi smettevo di concentrarmi sul muro e sul pallone. Per una volta mi sorprendo di capire una delle immagini che escono dalla bocca dell’uomo che corre. Infatti sto in silenzio e lo guardo osservare il cielo e le nuvole che stanno davanti a noi, a coprire e nascondere il tramonto. Sai, riprende a parlare e interrompe così il nostro silenzio, ieri il dottore mi ha chiesto perché non scrivo più, chiedendomi se fosse per male alla mano o troppo bene. Troppo bene? provo a chiedere. Sì, come quando ti fa male un braccio, o una gamba, e li scuoti per sciogliere i muscoli, per rilassare i nervi tirati. Non avverto più il bisogno di muovere il polso della mano destra o le dita e mi lascio i polpastrelli sul petto a disegnare degli otto orizzontali senza soluzione di continuità, all’infinito. Quindi, chiedo conferma, non scrivi più non perché ti fa male la mano ma perché in un certo senso non ti fa male la testa. Mi guarda e lascia gli occhi nei miei per qualche secondo, o forse millesimo di secondo. La testa non mi ha mai fatto male, solo qualche volta al mattino subito dopo essermi svegliato ma io non ho mai scritto di mattina. Non mi fa male il petto e mi spaventa un po’ che mi possa fare male in futuro ma forse c’è stato un grosso cambiamento, un evento. Che evento? provo a chiedere. L’uomo che corre mi guarda di nuovo e sorride, poi alza il mento al cielo, tira dentro un po’ dell’aria che ci sta intorno e fa una risata. Poi, mi guarda di nuovo. Mi mette davanti al naso il dito indice e mi invita a seguirlo mentre scende lungo il suo corpo. Con la punta del dito indice si tocca il ginocchio destro, prima esternamente e poi esternamente. Riporta il dito in alto e parla di nuovo. Uno, mi dice. Si volta e ricomincia a correre, invitandomi a seguirlo. Non faccio in tempo a riprendere la corsa che lui fa per tornare indietro. Mi raggiunge e mi appoggia la mano destra sulla mia spalla sinistra. Guarda che non c’è niente di male a tenere legati i cigni usando sottili striscioline di pelle, tanto dopo sessantacinque giorni riusciranno a liberarsi, sta scritto sulle schiene dei ragni. Adesso però andiamo, che si fa tardi.

15.6.2012

Amnesia (mannaggia)