L'uva e l'ozio

Di uva, ozio e autarkeia

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Odi et amo, XIV

Mi piace l’odore del grano. Fragole e cioccolato al mattino, altroché se mi garbano. Adoro le parole inglesi whereabouts e beforehand. Onestamente, tra growl e scream, preferisco lo scream. Odio quando non digerisco qualcosa e mi sveglio la mattina poco dopo le sei con un forte mal di testa. Forse, questo, è un messaggio per farmi capire di cambiare certi atteggiamenti alimentari. Fra tutti, il mio preferito è stato il Teroldego Rotaliano Clesurae della Cantina, guardacaso, Rotaliana. Pane di segale, mi piace, come quasi tutti i cereali. Non mi piace portare le maschere e mai come ora ho ben chiara questa cosa. Odio stare in mezzo a gente che pensi che il mondo finisca in quattro mura e sbraitano e sotterrano le altre voci e le altre idee. Ma, soprattutto, per cosa poi? Beati loro. Beato io. Bertrand Cantat mi piace, credo ci sia qualcosa di borderline tra l’eterosessualità e la gayezza, in questo. Non ho mai visto le sua mani ma credo, sospetto, che abbia mani bellissime. Mani che hanno fatto. Purtroppo. Scoprire che una tua canzone la puoi scaricare illegalmente mi fa scorrere brividi di piacere lungo la schiena. Odio non dormire. Odio svegliarmi e sentire il mal di collo che sarebbe mal di testa. Mi sa che odio pure che ciò sia un chiaro messaggio di qualcosa. Ciò che non ho mai fatto, mi piace. Il nuovo dei Sigur Rós è bello.

Odi et amo, XIV

Non mi piace mangiare le arance diacce appena tirate fuori dal frigo, ma mi garba di molto la fetta d’arancia nel chinotto e mangiarla alla fine, con la buccia e tutto. Mi garba il chinotto, parecchio. Mi piace questa primavera che arriva un giorno prima, inattesa, anche se a dirla tutta alla fine è arrivata, col treno, due giorni dopo il previsto. Mi piacciono i fine settimana che sono così reali da sembrare immaginati. Mi garba questo silenzio. Pensavo non mi piacesse il non riconoscere e invece mi sorprendo a vedere quanto sia meglio conoscere invece di riconoscere. Mi piace Piazza Santo Stefano, a Bologna. Mi fanno sorridere gli amici fino alle sei. Amari sorrisi. Mi piacevano di più i vecchi Katatonia di quelli nuovi. Odio il cielo che gonfia gonfia gonfia e non lascia cadere nemmeno una goccia d’acqua. Quest’anno è secco il discorso. Pensavo mi piacesse di più il pane messicano. L’ho preso perché quello integrale l’avevano finito. Il silenzio. Non mi piace accontentarmi, questo l’avevo già scritto. Non mi piace nemmeno che le persone a cui voglio bene si accontentino. Sì, sono affari loro ma sento un pezzo di qualcosa che se ne va. Aprile è il mese del 25, uno dei miei giorni preferiti. Il tre, stavo cercando di dargli meno importanza invece si ripropone. Invece m’ha stupito il trentuno, ma dimmi te. Devo trovare un altro modo di leggere la realtà, disdegnando vecchi modelli. Mi piace già di più, la realtà. Mettere il miele nel pollo, a fine cottura, madò che buono.

Odi et amo, XIII

Mi piace vedere la pioggia che cade su un lago o nel mare. Mi piace non capire. Odio quando i peli della barba rimangono incastrati tra i denti della cerniera. Mi piace la voce di Vincent Cavanagh. Ma anche quando entra Lee Douglas. Questi non riescono a fare un disco brutto nemmeno a pagalli. Odio l’uggia, la smania e doverla spiegare. Odio dover essere amici ma credo che fondamentalmente odio dovere. Non mi piacciono le donne vestite in modo elegante. Scopro con piacere che con la prossima maglietta di abbigliamento rugby potrei persino rischiare una M. Incredibile. Certe volte proprio non capisco. Bah, vabbè.  Adoro, continuo ad adorare, la scoperta di gruppi musicali di cui ignoravo l’esistenza fino a pochi minuti prima. Tipo. Com’è che tutti parlano degli One Direction? Ma chi cazzo so’? Ho visto che nel giro di una sola settimana i rami spogli e secchi e scheletrici delle piante e degli alberi si sono ricoperti di fiori colorati. Prima niente, ora tutto.  Eh appunto, proprio vero. Quando punto quando troppo. Anche Cisco, l’ibisco, ha messo fuori le prime gemme. Non posso che esserne felice. Già. Ridurre lo iato tra la calma che porto fuori e la tempesta che ho dentro, se mi riuscisse mi piacerebbe. Non nego che già provarci è molto interessante. Il ditino a maestrina quando serve a insegnare mi può andare anche bene. Mi fa pena quando serve a mostrare una parte di sé o quando lascia trasparire l’invidia per qualcosa che non si è più. Ecco, appunto, accontentarsi mi fa pena.

Odi et amo, speciale libri

pedo mellon a minno

Il Signore degli Anelli, che insieme a Così parlò Zarathustra m’ha cambiato la vita. O almeno l’ho sempre detto. Quando riaprivo il libro di Tolkien e l’ho aperto otto volte oltre la prima mi sentivo a casa. Magari succede di nuovo anche ora. Nietzsche che mi apre le porte a Pessoa, al mio Fernando e quel Poesie di Álvaro de Campos che mi fa annuire e L’ora del diavolo. La concessione del telefono, con Camilleri che scrive come se fosse davanti a un piatto di tortelli. Con gusto. Un libro che invece non ho apprezzato, capito e che manco ho finito è Il dio delle piccole cose. Boh. Meglio allora il Saggio sulla lucidità, che però senza leggere Cecità forse è un po’ difficilotto. Tanto per rimanere su Saramago, Il più grande fiore del mondo, che ho letto mentre piangevo, o forse ho pianto mentre leggevo. Poi i sogni de Le città invisibili, L’uomo che cammina di Jiro Taniguchi che io ho invece fatto correre, La boutique del mistero, scoperto un po’ tardi ma al momento giusto. Marc Augé e la scoperta dei Non-luoghi, e l’indecisione se dire se m’è piaciuto di più L’immortalità o La lentezza di Kundera. La commozione quando riprendo in mano la trilogia di  Fabio Montale e Full of life di Fante. Le Vite minime di Daniele Boccardi. Eh. Ah, sì, Un posto nel mondo di Fabio Volo. Oh allora? Se non vi va bene pazienza. E, infine, il libro più bello di tutti, ovvero quello che non ho ancora letto. Un solo odi e molti amo. Ma è normale, perché ogni volta che apro un libro dico la parola amico prima di entrare.

Odi et amo, XII

Tesoro, io per te sacrificherei la vita di chiunque…anche la tua!

Non mi piacciono le parole agendo, in italiano, e foreign, in inglese. Mi piace andare a correre al tramonto e mi piace vedere il tono di azzurro che prende il cielo quando il sole è appena tramontato. Sì, ho fatto bene a dare retta all’uomo che corre. Guardare le punte degli alberi serve a vedere anche qualcosa di infinitamente bello. Mi piace scoprire che al supermercato ci sono in offerta i prodotti del Trentino e dell’Alto Adige. È naturale, quindi né bello né brutto, avere paura quando si dà il benvenuto ai fantasmi. È una sensazione unica, che però si ripete ogni dodici mesi, sentire che anche quest’anno il fottuto inverno ne uscirà sconfitto. Mi piace avere bisogno di interrompere gli esercizi per correre a segnare qualcosa che mi è venuto in mente. Mi piace meno, invece, dover interrompere gli esercizi e venire meno alle tre parole che sommate fanno settecento. No, quello che volevo scrivere qua non lo scrivo, è meglio così. Mi piace quando m’impongo di rallentare. Il carnevale ‘un mi garbava nemmeno quande mi toccava vestimmi da Zorro. Figuriamoci ora. Mh, forse non mi garba proprio perché da piccino mi vestivo da Zorro. Interessante. Un buongiorno inaspettato è splendido. Trovo bellissimo arrivare a casa, nel silenzio, magari dopo aver salutato il cane, salire lentamente i sei scalini per andare in camera e togliersi la maglietta rimanendo così a torso nudo. Anche a costo di sentire freddo. A costo di sentire freddo. Mi sorprendo negativamente nell’avere difficoltà a raccontarmi una cosa bella, forse molto bella, che mi sta capitando. Che strano. Non so se mi piace o meno avere questa paura di aprirmi completamente ma, viste le precedenti esperienze, forse va bene così. Quindi scusami. Imporsi di rallentare. Già. Mi garba l’ultimo disco de Il Teatro degli Orrori, ma parecchio. Mi piace il silenzio, soprattutto capire che parole e suono spesso non sono necessari. Mi sento un adolescente quando racconto certe cose ma non so veramente quali altre strade prendere. Odio i sogni che mi fanno svegliare e ho il terrore di quella cosa che lì. E poi quei capelli erano troppo corti, tagliati a quel modo. E comunque, a me, le “amiche” m’avrebbero fatto anche venire il latte ai ginocchi. E che palle.