L'uva e l'ozio

Di uva, ozio e autarkeia

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Tempesta

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O forse. O forse è più facile per chi mi vede da fuori vederla, toccarla, la tempesta

Segunda-feira

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I am the universe, all thing encompassing, all life embracing

Allargo le mani allontanando le braccia e cade in terra la rosa dei venti con cui stavo giocando. La giravo continuamente facendo in modo che i punti cardinali fossero relativi e non fissi. Ho allargato le braccia perché quando mi è stato proposto di vivere tutti i giorni della settimana come se fossero un lunedì la mia reazione è stata quella, subito prima di fuggire ma subito dopo aver controllato di aver chiuso il gas e tirato il freno a mano della macchina. La migliore risposta alla proposta dei lunedì fu la fuga per e raggiunsi così un campo, su al nord, ai bordi di una strada che correva ai bordi del campo. Su qual campo c’era un mare di piante di vite e potevo così passare tra i filari e annusare i rametti dove i fiori che potevano poi diventare acini d’uva erano stati recisi. Soprattutto dopo una giornata di pioggia dalla cima, dal capo, di quei rametti esce un odore fortissimo che sa di acqua, di pioggia e di verde. Lì pensavo che non mi avrebbe visto nessuno e infatti nessuno mi ha visto. Non so quanto sono rimasto lì ma sono certo di non essermi mosso da lunedì al lunedì dopo, senza che il mio interlocutore avesse chiarito se anche senza accettare il lunedì sarebbe diventato lo stesso ogni giorno della settimana oppure sarebbe rimasto un singolo giorno come aveva stabilito l’inventore dei calendari. Sicuramente sono rimasto a lungo, più di un solo giorno e mi sono goduto, addirittura nutrendomi di esso, il profumo che usciva da quelli che furono fiori. Ogni tanto sfioravo le ferite che dalle spalle scendevano fino ai lombi, dove avevo le mie ali e ricordavo di quando anche il luogo dove vivevo fino al lunedì precedente non era un posto orrendo. Ma le cose erano necessariamente cambiate e per me non c’era più aria, oltre che spazio, lì, dove vivevo. Mi concentravo quindi sul profumo e cercavo di spezzettarlo, lasciandone cadere i pezzetti a terra per poi provare a riconoscerli. C’era di certo un piccolo triangolino di cannella, qualcosa che ricordava la mela, il caffè nella busta di carta gialla, la carta gialla. Sono pressoché sicuro di aver intravisto, annusando, un quadretto di savagnino ma nel tramino di cui era composto mancava di certo qualcosa di bacca rossa. E di libro, c’era di certo odore di libro e lo stesso profumo che ha il triangolo tra la spalla e la clavicola di M la quale, schiva com’è, allargherà gli occhi trovando la sua iniziale in cima al filare, se un giorno ce la porterò. Sotto la M, una pianta di rose dalle cui spine spira ogni tanto un refolo di vento, quasi a richiamarmi verso quella che fin da quando il tempo fu inventato doveva essere, mi avevano detto che era, casa mia. Eppure, il vento era ancora troppo debole, non aveva la forza di convincermi e, secondo me, nemmeno ne aveva la volontà. Provava timidamente a farmi cambiare idea ma, purtroppo, per lui, per il vento, in quel momento ero concentrato a togliere le foglie dalla pianta di rosa e cercavo di ordinare tali foglie secondo l’ordine dei tempi verbali. Non nascondo di aver fatto confusione, spesso, tra l’imperfetto, il passato remoto e quello prossimo, vergognandomi, a nome della lingua in cui più di frequente mi esprimo, della certa ignoranza di tempi oramai trapassati e più che perfetti. Infatti, distratto da questi pensieri, mi era sfuggito, mi sfuggiva, che le foglie che caddero si erano disposte come una rosa dei venti composta da foglie di rosa, con cui potevo ricominciare a giocare, avendo lasciato l’altra all’inferno. E state certi, l’inferno non lo è affato come lo si dipinge, anzi, sarebbe l’ora di farla finita con questa vulgata così negativa, con questa continua macchina del fango che non fa altro che gettare fango sull’immagine di quella che è sempre stata casa mia. L’inferno è un bel posto, o almeno lo è stato e sicuramente lo fu, fino a che qualcuno non ha detto che tutti i giorni dovevano essere lunedì. E ve lo dice uno che di lunedì è nato.

6-8.11.2013

Moksha

Svart

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Cait Fahey

A forza di stringermi i polsi il sangue ha cominciato a uscire da sotto le unghie delle mie mani. Ne ho fatto pane, del sangue e del dolore, che ho impastato con la farina e l’acqua che tenevo nelle tasche del cappotto. Lo darò da mangiare ai padri più giovani dei figli, e lo mangeranno mentre staranno fuori a cercare i corpi dei pipistrelli caduti la notte. Mi chiedevi, mentre impastavo, cosa ne avrei fatto della farina avanzata,  se l’avrei utilizzata per una prossima infornata o se potevi usarla per tracciare le linee della nostra casa. Che un giorno sarebbero diventate pareti muri e finestre. Ti ho risposto che non lo sapevo che non potevo saperlo che non volevo saperlo e che quindi, sì, potevi usarlo per quello che volevi. Ti ho anche chiesto, poi, di fare le finestre grandi, perché nonostante la pioggia siamo comunque a luglio e con il forno acceso in casa è bene tenere le finestre aperte. Per far uscire il caldo ed entrare il fresco della sera, per far cambiare aria, viziata e uggiosa, appiccicosa e fastidiosa. Oppure non ti ho risposto e non ti ho chiesto, come non rispondo, non chiedo e non parlo oramai da settimane forse mesi. Perché non mi va perché non ho tempo e perché, semplicemente, devo trovare scuse meno semplici possibili per poter dire ‘non ho parlato’, ‘non ho risposto’, ‘non ho chiesto’. Non ho scritto. Non ho scritto nemmeno quando della polvere bianca come la farina era rimasta nelle mie tasche, di pantaloni e cappotto, dopo aver impastato il pane dopo aver disegnato le pareti di casa nostra e con quella polvere potevo scrivere quanto volevo. L’unico problema era che mi mancava una superficie scura dove scrivere, qualcosa di buio e talmente grigio da sembrare nero dove il bianco sarebbe spiccato. Anche solo un granello di farina si sarebbe potuto notare in tutto quello scuro. Però poi è venuto a mancare il supporto che doveva stare sotto alle lettere, ai numeri, alle cifre e ai simboli ortografici che si sarebbero quindi retti sul nulla. Sarebbero crollati, senza base e senza supporto. Taglio l’impasto del pane usando il tavolo di legno marrone chiaro e ne faccio delle palline. Incido, faccio sprofondare la lama nella massa bianca e spingo di lato. Poi di nuovo incido, taglio e spingo. Metterò tutto in forno e toglierò quando sarà ormai cotto. Prima di ciò, mi sarò lavato le mani per togliere via i residui bianchi e rossi che sono rimasti sulla pelle dopo aver lavorato il pane. Capirai, senza che io te lo chieda, che ho bisogno della salvietta per asciugare le mani e me la passerai.

9-10/07/2013

Mistaken for Strangers

(La frase “A forza di stringermi i polsi” me l’ha prestata Ksy, senza che le chiedessi di poterla usare. Grazie)

A Bautiù

gira, a entreter a razão, esse comboio de corda que se chama coração

Per anni mi sono concentrato su quello che Fernando non era, su ciò che non sarebbe mai stato e non poteva essere, perdendo i contorni di tutti i sogni del mondo che non sapevo di avere. Persi, i sogni del mondo, nel forellino che sta nel fianco di un soldato. Mi perdo, col forellino, sedendomi sugli aneddoti che vorremmo raccontarci, perché ci piace raccontare e raccontarci trovando scomodo, fastidioso quando l’aneddoto di uno prevale sugli aneddoti degli altri e serve petrolio per pulire la saliva che dalla bocca del parlante cade in terra. Si scivola poi su quei marciapiedi d’avorio, proprio lì ci sediamo, l’uno accanto all’altro. Sul marmo bianco che fa da argine al catrame della banchina che trabocca ci sediamo. Qualcuno no, qualcuno rimane in piedi, dicendo che è stato tutto il giorno in ufficio o che ha guidato per chilometri e ore, perdendo la distinzione tra tempo e distanza, senza saper più misurare l’una con i secondi e l’altro con i metri. Il marmo è caldo, è da tutto il giorno che sta al sole e fra poche ore starà alle stelle, come un prezzo che scatta in avanti nemmeno fosse un centometrista che non riesce a rispondere a un appello, a una presenza richiesta che si esprime con un fischio di mani, quei fischi che sembrano versi d’uccelli che si fanno unendo i palmi delle mani, lasciando una fica tra le nocche dei pollici e facendo passare l’aria con la bocca che stringe le labbra come per aspirare ma invece soffia. Ci raccontiamo e raccontiamo, chi sta a sedere e chi sta in piedi, rispettando la voglia l’uno dell’altro di ascoltarci, conoscerci e ridere. Se uno parla senza ascoltare gli sarà detto di interrompere il racconto, di lasciare la parola a chi segue alla sua destra e di rimanere a testa bassa guardando cosa c’è tra le sue gambe lasciate leggermente aperte, unendo le palme dei piedi nascoste dalle suole dei sandali. Mica c’è così tanto petrolio per pulire la saliva di tutti! Si sa, prima o poi il petrolio finirà, non è che per pulire potremo usare l’energia solare. Gli occhi si illuminano sorridendo ai racconti degli altri, imparando ad ascoltare senza più concentrarsi sulle frasi perse in un baule. Nel baule le trovo le frasi, le arrotolo in foglietti che ho portato perché sapevo che mi sarei dovuto appuntare qualcosa e le stringo poi con elastici gialli, di quelli che poi ti fanno puzzare le dita. I rotolini li metto in tasca e ogni tanto li sfioro con i polpastrelli. Non li dimentico, non li rinnego, non li abbandono. Li conservo e li lascio lì come tracce di pali conficcati su di un terreno limaccioso che non hanno più presa e sono crollati. Pensavo di cadere, al cadere dei pali. Pensavo di ferirmi, al crollare dei pali. Forse non pensare, al cadere, al crollare, al ferire lascia libere le costole di aprirsi come ali. Non so più cosa scrivere, concentrato su ciò che Fernando non era provo a raccogliere parole in aneddoti e racconti, provo a rialzarmi dopo essere caduto dai pali caduti e cammino, sempre più lentamente dato che non ho più niente da vincere.  Tutto, oramai, è nostro. Compreso il trovare una strada subito dopo averne persa una. Perché tutto è nostro.

29.6.2012

1. Allegro ma non tanto, k§y

Le rose

Jiro Taniguchi

we are jigsaw pieces aligned on the perimeter edge

Non riesco ad addormentarmi e ho paura di addormentarmi. Difatti, mentre sento chiudere gli occhi, tiro pugni per far cadere ciò che di cattivo è fuori e, da fuori, cerca di prevalere. Sospettando, però, che ciò che è peggio sta dentro. Come la paura, quella con cui sfioro, testando la mia capacità di resistere al dolore, le rose che stanno oltre la ringhiera e il muretto di bozze di tufo giallo. Posso entrare, provare a non ferirmi con le spine e magari rubarne una, sempre che lei non si offenda, sempre che i padroni di casa non si offendano. Loro no, no che non hanno paura, perché mettono rose belle e colorate a difesa della loro abitazione mentre i vicini di casa fanno crescere cespugli verdi e siepi grigie più alte che più alte non si può, per lasciare fuori tutto ciò che è fuori senza pensare che un aquilone, per quanto alte siano quelle siepi, riuscirebbe lo stesso a volare fino al balcone di casa e magari entrare, se le finestre fossero aperte. Se non mi farò troppo male cadendo dall’aquilone tornerò però a dormire nel giardino delle rose, perché lì potrei svegliarmi con l’arrivo del sole al mattino che nel giardino delle siepi sarebbe tenuto fuori, proprio perché sta fuori, e la paura dei condomini terrebbe fuori, tra le cose che stanno fuori, pure lui, il sole. Magari, con l’arrivo del sole, mi alzerei e porterei la colazione a chi ha piantato le rose e le ha poi fatte diventare rosse e rosa e bianche, per ringraziarli per avermi ospitato senza che dovessi chiederlo, per aver permesso che il mio corpo trovasse una posizione tra le piccole zolle del giardinetto che loro curano, tra i fili d’erba oramai troppo alta. Lei sì, l’erba, sì che ne sa, e quando può si alza e prova a toccare il cielo e sfiorare il sole. Lei no, l’erba, lei no che non ha paura del sole. È ciò che le dà vita e sintetizza racconti e acqua e polpastrelli che la sfiorano per far sì che sia verde ancora più verde di quando ha messo la testa fuori dalla terra marrone. Sì, su quella terra, mi addormenterei e no, non ho paura di addormentarmi. Non scalcerei e tirerei pugni all’aria cacciando via fantasmi e demoni che durante la giornata se ne stanno all’angolo tra la casa e l’ufficio, vicino la chiesa. Fantasmi e demoni attendono il calare delle palpebre e delle tenebre per fottersene come fanno sempre della ragione, facendo irruzione nello spazio che rimane tra la veglia e il sonno, in quella fessura che esiste tra un occhio socchiuso e un respiro che diventa più pesante col passare dei minuti. Mi addormenterei su quella terra e non mi fanno tremare arti e pareti i camion e i pullman che dalle prime ore del mattino passano sferragliando col loro alito di gasolio nella strada che ho dietro la nuca, tra il collo e la fontanella del cranio, quella scoperta dalla ritrosa dei capelli. Nelle strade del Cairo, invece, puoi sempre trovare le Fiat Ritmo, quelle vecchie, col culo stondato e i paraschizzi alle gomme. Noi invece no, ci mangiamo le unghie seduti su macchine tedesche metallizzate e con i cerchi in lega e aspettiamo che la cena sia finita per poter lasciare la buona volontà da parte, ignorando che, poche ore dopo, potremo solo sussurrare la parola peccato senza farla uscire dalle labbra. Perché magari sentirsi dire da sé stessi peccato è uno smacco troppo pesante e violento da sopportare. Quindi ci basta quel che c’è, la lenta passività di rimbalzare come una pallina da flipper dal letto alla scrivania per poi ritrovarsi in coda al supermercato dicendo che si vuole altro al bancone della gastronomia. Altro si vuole, sì, altro, non altro. Perché quel che c’è nella camera dove non mi addormento non mi basta. Forse proprio perché non mi basta stendermi per potermi addormentare. Vado quindi ad annaffiare le mie piante, non di rosa, non siepi, quando non ho sonno. Col fiatone, dopo, torno alla casa dove ho la camera e ho il fiatone perché la strada dal mio orto è in salita. Non tengo più gli occhi alti e guardo l’erba e la terra che lascio sotto ai piedi, sorridendo, perché nel triste seppur temporaneo sollievo di un arrivederci c’è la serena consapevolezza che tutto è nostro.

19.6.2012

Backlit