L'uva e l'ozio

Di uva, ozio e autarkeia

Categoria: Le macchie

Olisippo (67)

LSB

LXVII

Cinco anos depois, um ano, sete vezes

Le macchie 4. Ombra

foto di Mario Giacomelli

Se potessi vedermi, se mi vedessi, mi stupirei di vedere la mia ombra stare avanti a me di sette, sei, cinque passi. La faccio avvicinare prima che si allontani di nuovo e passandomi l’avambraccio davanti al naso mi piace sentire l’odore del sapone con cui mi sono lavato poco fa. Il profumo riporta alla mente i sogni di stanotte, quando ho sognato di libri che non esistono e i nomi degli autori di quelli che non ho scritto io. Sono uscito dalla doccia dopo aver sognato e dormito, dormito e sognato e sullo specchio appannato dal vapore, con il dito indice, ho scritto delle cose senza senso. Quando ancora potevo vedere avevo ben chiaro cosa volevo scrivere e cosa scrivevo ma ho dovuto cancellare, con un panno asciutto, le sigle, le lettere, le parole. Adesso incido sul vapore piatto cose di cui ignoro il senso, la direzione del dito ignoro, so di lasciare incise lettere ma non ne sono così sicuro. Forse chi ancora vede potrà trovare un senso e spiegarlo ad altri o tenerselo per sé, io di certo non mi sento in colpa per aver smarrito il senso, la direzione, che quando esco al mattino per recarmi al lavoro non ho bisogno di conoscerla, mi fido di chi mi accompagna porgendomi il braccio e suggerendomi di aspettare ad attraversare la strada perché sta passando una moto un autobus un’auto o un altro pedone. Certe volte mi chiedo se il mio accompagnatore riesce a vedere anche le ombre. Credo di sì, certo, che riesca a vederle, ma un giorno penso che glielo chiederò. Come gli chiederò di descrivermi le foto che mi passa chiedendomi di toccarle, quando mi prende il dito e mi fa percorrere i contorni delle persone e delle cose ritratte. Non so perché me le fa toccare in silenzio, le foto. All’ultima foto se ne va, anche perché siamo arrivati oramai. Se ne va verso l’officina dove ha portato a riparare la moto del padre. Non era contento del lavoro che gli avevano fatto la prima volta, sbagliando colori e altro, come aver lasciato lo strappo sulla sella. Forse avrà da protestare. Mentre se ne va, mentre si allontana la mia ombra, un’ape mi ha punto al centro della schiena. Riesco a chiudere la mano su di lei, sulla mia schiena, con la punta delle dita la prendo per le ali. Non mi punge di nuovo. La prendo per le ali e la porto davanti agli occhi e se potessi vederla, se la vedessi, non mi stupirei di vederla stare davanti a me di otto, nove, dieci centimetri.  Le chiedo perché mi ha punto alla schiena, proprio lì, al centro e lei forse mi risponde che non poteva pungermi in altri posti, dato che mi stavo allontanando sempre di più ed era impossibile per le i raggiungermi. Le chiedo perché mi ha punto e lei sicuramente mi risponde che doveva in qualche modo cogliere la mia attenzione, per farmi smettere di pensare e concentrarmi su una cosa sola. Scrivila, quella cosa, mi dice, fai che quel momento in cui finalmente smetti di seguire troppi pensieri sia un filtro a questi, ai troppi pensieri, e ferma quell’unico pensiero che rimane sulla carta. La sensazione, più che il pensiero, aggiunge. La lascio andare e vola via, allontanandosi ma dalla parte opposta di dove sono andati Dario e la mia ombra. Non la vedo allontanarsi ma so senza vedere che la strada che ha preso è quella.

13-18.10.2012

The same deep water as you

Le macchie 3. Semi

Metto in bocca, come da bambino, da bambino, le cose trovate in terra. Non mi sorprendo ritrovando tra le labbra, o a sfregarsi tra dente e dente, sassolini, pezzi di terra o chissà cos’altro. Riconosco, tra i denti, spremendoli, stringendoli, semi di grano, chicchi a fiocchi o fiocchi. Li riconosco perché sono quelli che ho fatto cadere io quando mi sono caduti dalla mia spalla sinistra quando il serpente non è riuscito a mangiarli tutti. Deglutisco, sfiorando con il fondo del palato ciò che ho masticato e archivio i sapori, come fossero calzini, che non posso sapere se li ho messi in modo corretto nel cassetto colore per colore. Colore per colore. Poi, come bambino, come da bambino, mi metto le dita nel naso. Mi metto un dito nel naso, la narice sinistra dove metto l’indice della mano destra. Tiro fuori qualcosa che a prima vista sembra una lente a contatto e lentamente diventa più grande tra i miei polpastrelli. Non è appiccicoso come muco e sembra ancor di più una lente a contatto, anche se più grande, ma morbida. Non resiste alla pressione dei miei polpastrelli e il morbido elasticamente si affloscia per poi tornare a come era prima. Guardando il movimento dell’elastico che torna su, un movimento elastico di certo, camminando, noto che ci sono delle lettere, delle righe stampigliate e più le guardo più diventano più chiare anche se diventano più scure. Le scritte, le linee diventano nere e quindi le vedo più chiare e penso che certe volte la lingua in cui mi esprimo ha delle regole molto aleatorie. Soprattutto dei codici di espressione buttati un po’ lì. So anche, mi rendo conto, che sto sognando, perché mi rendo conto, so, adesso, che io non posso vedere e quindi posso solo ricordare, con gli occhi chiusi, o forse aperti, tanto è uguale, ciò che una volta potevo vedere chiaramente e che adesso mi è proibito negato e impossibile. Le lettere hanno un ordine e vedo una c, una a , una i, una acca, quella che da piccoli ci dicevano essere mutina. Sono distribuite, le lettere, lungo le linee che sono disposte come un’antenna, o una zampa di pollo, o il simbolo della pace ma sì più lungo, più slanciato e meno tozzo. Chissà cosa rappresentano quelle cifre e scrivendo chissà noto che chissà porta dentro appunto tutte le lettere che ho visto su quella specie di lente di morbido. Tranne le esse che sibilano e stanno conficcate in gola come sogni e sintomi. Sogni. Sintomi. Chissà. So che questa parola porta quelle lettere ma non ho bisogno di vederla scritta. Metto la lente morbida nella tasca sinistra e dalla tasca destra ma posteriore prendo un seme, un chicco, di grano e lo stringo tra le labbra. Ci gioco con la lingua mentre continuo a stringerlo e continuo a camminare passando sotto una finestra. Aperta. Dalla finestra escono note cadute da un pianoforte che cadono lentamente. Una dopo l’altra, timorose e in ritardo, le vedo rotolare, sognando, giù dal davanzale. Incontro Valerio, poco dopo la finestra, e poco prima di cadere mi dice che non è solo un piano che suona ma quattro. Davide come hai fatto a non distinguerli? mi dice. Sorrido e piego le labbra. Ci vediamo stasera, gli dico. E lui mi risponde che ci saranno anche la sua fidanzata, un altro attore e Michela. Poco dopo sento un’altra canzone e decido che posso rimanere con gli occhi chiusi, tanto è uguale.

10/8/2012

Fjögur píanó

Le macchie 2. I raggi

Non teneva le mani sul manubrio Davide, quando andava in bicicletta. Ricorda questo salendo le curve e i tornanti di una strada che conosce ma non vede. Le stesse curve e gli stessi tornanti che anni fa faceva in bicicletta, riprendendo il manubrio quando le curve in discesa stavano per diventare troppo veloci. Veloce era lui, veloce era la bici, non la curva. Attaccavano, lui e i suoi amici, pezzi di lattina o di cartone ai raggi della bicicletta con mollette per i panni o nastro adesivo. Così simulavano il rombo di una moto aiutandosi con la voce quando il passaggio da una marcia all’altra non era troppo marcato. Adesso simulava il passaggio delle ore sfogliando lattine tagliate con i polpastrelli, cercando, riuscendoci, di non tagliarsi col sottile alluminio d’argento. Le dita si appiccicano per le zuccherose gocce rimaste sui fogli grigi da una parte e rossi dall’altra. Quando sfoglia le lattine dimentica quello che stava facendo e le curve della strada che fa al mattino. Quando sfoglia le lattine, dopo averle sfogliate, si ritrova a disagio, come se avesse perso di vista quello che era accaduto prima di quel momento. Lento è il risveglio, lento è il ritorno a quello che lo circondava, come se i passaggi si fossero persi in un incrocio di venti. Conta quindi fino a venti, prima di ritrovare quello che stava facendo sull’angolo appuntito e tagliente della lattina che tiene in mano. Certe volte si chiede cosa succederebbe se si tagliasse, se si bucasse effettivamente. Non vedrebbe il sangue come non vede il sole, come non vede i muri, come non vede niente. Sentirebbe, però. Magari non subito, come quando ti tagli con un foglio di carta e la sera senti un rigo sul polpastrello. Quando andava in bicicletta, Davide, quando non era in una curva veloce in discesa, teneva le braccia conserte e le mani toccavano quindi le costole opposte, come se si abbracciasse, come se si tenesse. Adesso fa così quando dorme, perché gli sembra spesso che le braccia siano qualcosa di troppo e si ritrova a schiacciarne una sotto il suo corpo per averla poi informicolita e insugherita con una sensazione spiacevole ed esagerata. Ha provato a contare fino a venti anche stavolta ma si rende conto che qualcosa gli sfugge, qualcosa non si ferma nel suo palmo quando chiude le dita. Manca qualcosa e sulla pelle cristalli d’aria cadono. Prima sulle spalle poi in terra sul pavimento. Forse dovrebbe chinarsi, bagnarsi i polpastrelli con la punta della lingua e così premerlo, il polpastrello umido, sui cristalli stesi sul pavimento. Così contarli, fino a venti, anche se quel numero all’apparenza sarà molto più lungo di quello è effettivamente, nella realtà. Un conto è vedere cercando quello che vuoi trovare, un conto è andare a tastoni usando i polpastrelli umidi di saliva. Contati venti, potrà riporli in un foglio di latta piegato in due, come se fosse una farfalla e poi soffiarli da lì fuori dalla finestra, cercando, sperando, che lui la direzione che prenderanno non la può sapere, che continuino a volare a lungo, anche senza di lui. Con le dita oramai asciutte sfiorerà la lattina dove stavano i cristalli prima di volare via, prima di farli volare via e scuoterà via i pochi residui rimasti. Che fare della lattina tagliata piegata e rimasta? Che fare? Sembra che i cristalli abbiano lasciato delle tracce sul metallo sottile, forellini forse. Da troppo poco tempo non vede e ancora non ha cominciato a studiare la sua nuova lingua, quella che sembra lasciata da un serpente che scappa su un terreno sabbioso. Ha tutta l’impressione, il sospetto, che i cristalli abbiano lasciato delle parole sulla lattina, sul grigio e sull’argento ed è indeciso se conservare quel foglietto oppure regalarlo al primo bambino che passa suggerendogli di fissarlo sui raggi della sua bicicletta. Gli spiegherebbe che è divertente, che gli altri bambini lo invidieranno prima e lo copieranno poi. Nasconderebbe che qualche bambino riuscirebbe a fare meglio di lui, copiandolo. Deciderà cosa fare domattina, lui, Davide, è abituato a decidere domattina e domani.

7.6.2012

Autre temps

Le macchie. 1, Golfo

di Uvaozio

Davide si ripassa con il polpastrello dell’indice della mano destra la macchia di inchiostro, blu, che ha sul petto, alla sinistra dello sterno e quindi del cuore. Non sa di avere uno specchio davanti, non lo può sapere perché è cieco ma se lo potesse vedere vedrebbe un golfo di mare all’altezza del petto, sotto la gola vicino alla spalla. Tocca le spiagge, tocca la sabbia si bagna il polpastrello e cerca di evitare, ripassandosi la macchia che ha sul petto, ombrelloni e bagnanti. Anche quella ciminiera che si vuole lanciare in cielo e abbandonare tutto ciò che sta davanti a lui. Come ogni mattina si è preparato il pranzo a casa. Non ha bisogno di vedere e si ricorda la posizione di tutto ciò che gli serve. Sa anche di avere un ombrellone dietro l’armadio e saprebbe raggiungerlo tranquillamente. Mette insalata nel panino che mangerà per pranzo. Quasi sempre. Poi alterna altre verdure ad altri cibi. Ma, quasi sempre, mette insalata. Il problema più grosso, preparando il pranzo, è quando deve schiacciare il pane per farlo entrare nel contenitore. Deve stare attento a non far uscire i pomodori, se ne ha messi, deve stare attento a non rompere il pane. Se si dovesse rompere, meglio che si rompa la metà di sopra invece che quella di sotto. Alla radio stanno raccontando, riferendo, leggendo la notizia di un Papa che si è accorto di non avere più Dio al suo fianco e quindi ha deciso di dimettersi. Questa è la notizia del giorno e Davide ironicamente sorride. Lui, che al Papa non ha mai creduto ma a Dio invece sì. Mette il contenitore col pane nella borsina di stoffa e gli rimane il dubbio se sul piano del lavabo ha lasciato dei pezzetti di pomodoro o briciole di pane rimaste dopo che ha schiacciato il suo panino. Rimarrà col dubbio e decide, dato che il polpastrello, della mano sinistra stavolta, non ha incontrato nulla di simile quando ha sfiorato la superficie del piano del lavabo. Il metallo è fatto a onde, più triangolari e meno rotonde di quelle che ha sentito sul suo petto. Quelle onde, però, quelle di metallo, non fanno rumore o almeno non ne fanno come lo fa il suo petto. Va verso la radio, avendo imbracciato la borsina col pranzo, si ricorda dove sta la radio e cerca l’interruttore. Trova e spegne, proprio mentre un calciatore definito cristiano dal giornalista commentava la notizia che raccontava di un Papa che tornava uomo. Prova piacere spegnendo la radio così chetando uno la cui opinione non era affatto interessante. Per lui. Magari per altri lo era, altrimenti non stava parlando al notiziario della radio nazionale. Apre la porta di casa, dopo aver spento la radio e dopo aver lanciato un’inutile occhiata al piano del lavandino. Inutile come gli specchi che ha al piano di sopra. Sguardi, che come specchi, non inquadrano nulla. O forse inquadrano ma ciò che racchiudono, ciò che delimitano, ciò che contornano, ciò a cui sono cornice rimane oggetto sfumato, svanito e non preso in considerazione. Chiudendo la porta risponde al cellulare che squilla con il suono di un violoncello. Sente la voce del collega che lo dice che sta partendo adesso per passarlo a prendere. Vieni pure, risponde, ti aspetto fuori nel parcheggio che oggi c’è una temperatura perfetta. Ha voglia di sorridere mentre ripone il telefono nella tasca della giacca.

25.5.2012

Ballad of broken seas