L'uva e l'ozio

Di uva, ozio e autarkeia

Categoria: Film

Ipse dixit, 129

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Prima, però, c’è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo. Bla. Bla. Bla. Bla. Altrove, c’è l’altrove. Io non mi occupo dell’altrove.

Paolo Sorrentino, La grande bellezza

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Ipse dixit, 124 (a proposito dell’attualità)

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Armarsi di: pazienza, ossigeno, immaginazione. Speranza no, quella è controproducente. Scarponi e zaino semivuoto, camminare domandando.

Wu Ming

Mais que vermelho

I fiumi che attraverso si raccolgono nelle pozzanghere di una strada color cemento, forse più scura. Tipo il cielo di stasera, prima che il sole scivolasse. Indosso guanti color porpora, e mi sfioro il sopracciglio sinistro cercando di ricordare quando ho smesso di arrossire. La signora, vedendomi, passa e stringe la borsa quando mi incrocia, appoggiando il palmo della sua mano sul dorso della borsa. Nemmeno lei si accorge che non sto arrossendo. Ricordo, infatti, l’ultima volta in cui sono arrossito, o meglio, si sono arrossite le mie guance, avvampate di calore che saliva fino alla fronte. Cadevano stelle dal cielo, quando arrossii, quella mattina, e cadevano come scintille in un’officina, non come stelle cadenti che cadono con le loro morbide ma rapide parabole. Cadevano come scintille a terra, proprio come le scintille cadono a terra, e io correvo via per schivarle, per paura che mi avessero bucato la maglietta di cotone e bruciato la pelle, se tante le volte mi avessero preso. Tante altre volte, invece, ero io che rincorrevo stelle che come scintille schizzavano qua e là senza mai cadere a terra e le rincorrevo per prenderle mentre loro fuggivano, tante le volte le avessi prese. Quella volta arrossii, la volta che scappavo, forse perché accaldato dalla corsa, forse per la paura, forse per l’emozione perché sempre di stelle si trattava e vicino a me stavano, le potevo quasi toccare ma non le toccavo per timore di bruciarmi. La signora ha allentato la pressione sulla borsa dopo che ci siamo incrociati, la vedo con la coda dell’occhio che le ho lasciato addosso, l’occhio, dico. Ha allentato la presa, respira più lentamente e rallenta il passo. Con la coda dell’occhio vedo che è arrossita, forse accaldata dall’aver accelerato il passo, forse per la paura. Con un ultimo colpo della coda dell’occhio vedo anche il cielo del mattino che si apre davanti agli occhi della signora. La signora, forse, abbasserà invece gli occhi per scansare la pozzanghera che l’ultima notte, l’ultima almeno per la giornata di ieri, aveva lasciato sul terreno. Sulla strada, sui mattoni rossi di questo cielo al contrario che sembra un tramonto pieno di conchiglie, pieno di racconti. Il cielo che sta davanti ai miei occhi. Quel cielo. Mi fermo a guardarlo. Penso solo a guardarlo e per alcuni momenti stacco la testa e non penso più a niente. Alla signora, alle pozzanghere, ai fiumi che sento salire dalle costole. A niente di tutto ciò. Stacco la testa e la lascio sulla spalletta del ponte, lascio il corpo andare dove deve andare, che tanto in questo momento non so di cosa farmene. Gli occhi, mi bastano. Gli occhi. Se io potessi vedermi, se mi vedessi, non il corpo, che quello non serve e se ne va ma, se potessi vedermi, mi ritroverei a sorridere ebete davanti a questo cielo che nient’altro ha che il colore del cielo e questo è tutto ciò che basta. I bambini che vanno a scuola passerebbero di lì e riderebbero a vedere la testa da una parte e il corpo a metri di distanza che se ne va. E avrebbero ragione, farebbero bene. Io, invece, nemmeno mi accorgerei delle loro sguaiate risate e delle loro beffe. tanto prima o poi la campanella suona e loro devono entrare. Passerà poi anche uno spazzino, uno dei pochi rimasti. Ha le gote e la punta del naso rossi, perché poco prima si è fermato a bere il primo bicchiere di vino della sua giornata. Forse è accaldato per aver appena fatto la salita spingendo e tirando il carrettino con i due bidoni neri e grigi. Si ferma a guardarmi, appoggiandosi poi con le spalle rivolte a me. Si accende una sigaretta, la fuma e se ne va. Se potessi vedermi, se mi vedessi, giurerei di vedermi arrossire mentre guardo il color cielo del cielo.

3-4.10.2012

Hoppipolla

La descrizione di un attimo, 119

Non dimenticarti giammai, Dante, ogni qualvolta nella vita sarai felice, di non essere egoista

Nicola Sacco

La descrizione di un attimo, 115

Me sa tanto che ‘sta fulimèrscio nella serie televisiva intitolata Romanzo criminale bene bene nun m’ha fatto…