L'uva e l'ozio

Di uva, ozio e autarkeia

Canzone del mattino 2

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Canzone del mattino 1

Il sonno

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And we used to sleep on the beach here, sleep overnight… They don’t do that anymore. Things changed, you see, they don’t sleep anymore on the beach

La notte in cui ti ritroverai a tendere a un filo teso, per farli asciugare al vento e alla luna, capelli appena tagliati, a ciuffi, o uno a uno, qualcuno verrà a parlarti di abbracci sgraziati e diagonali, uno in particolare. Ti toccherà, leggermente stringendolo, il braccio appena sopra il gomito e in quel modo attirerà la tua attenzione e comincerà a parlarti da dietro gli occhi e nessuna parola sentirai. Sappi solo che continuerai a sentire sui polpastrelli la sensazione dei capelli lasciati ad asciugare, solo che lo noterai dopo, molto dopo che l’altra persona se ne sarà andata, magari a rincorrere un futuro impossibile ma non per questo improbabile. Rimarrà il racconto di quel futuro, di quella notte, il racconto che partiva da quella mano destra che toccava il tuo braccio sinistro, al quale tu porterai più volte, durante la settimana successiva, la tua mano destra. Come se tu sentissi bisogno di abbracciarti, o di ricordare quel singolo abbraccio del vento, forse nel vento. Rimarrà il racconto insieme a quel vento e a un dubbio, quando ti metterai a sedere su quell’altura dalla quale osserverai la linea dell’orizzonte prima grigia, poi azzurra, quasi rossa, e infine si susseguiranno solamente nuovi colori finché non tirerai fuori dalla borsa di lino che hai appoggiato accanto una piccola bilancia e le boccette di sabbia che essa porta in dote, il tutto ti servirà di certo per conoscere il peso di un forse.

Sleep

Di stanze

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No che non importa, non importa. Perché se importasse le due persone si rivolgerebbero una parola, almeno, oltre allo sguardo e a un sorriso nascosto. E se si fossero detti qualcosa, solo se, si sarebbero scambiati poche ovvietà, molti imbarazzi, fino a quando, dopo numerosi attimi di silenzio, lunghissimo, almeno all’apparenza, silenzio, lui avrebbe colto l’occasione per affermare, con certezza, che gli rimane difficile buttare via i calendari. Io le fotografie, non riesco a buttarle, avrebbe risposto lei, dopo un nuovo silenzio che avrebbe contribuito a indebolirli ulteriormente. Forse solo il silenzio riesce a indebolire qualcuno come riescono a farlo le sue sicurezze, perché queste e, attenzione, non i dubbi, come comunemente si crede e si afferma, sono gli scudi dietro i quali ci nascondiamo. Ed è solo per il fatto che, magari, le sicurezze servono a farci dire, a far dire alle due persone che ancora non si sono rivolte una sola parola, che odiamo, odiano, le camicie perfette di chi ci sta intorno o di chi sta intorno a loro. Come, del resto, queste due persone odiano allo stesso modo i sorrisi diagonali. Quindi, non sarebbe meglio affidarsi a quel dubbio che si manifesta come una macchia che vediamo nel nostro occhio sinistro? Che inutilmente proviamo a cancellare con la gomma pane. Ed è curioso, persino emozionante, osservare come le due persone che avevano cominciato a dialogare, se solo lo avessero fatto, provavano a chiudere e riaprire il loro occhio sinistro in continuazione per vedere se la macchia se n’era andata. Con l’occhio destro, invece, avrebbero registrato i vari, rispettivi e reciproci cambiamenti di dimensione. Si sarebbero raccontati, loro, che, a causa della macchia nell’occhio, a lui era sembrato, spesso, di vedere cose che non esistevano, come quella volta che vide delle persone che giravano per casa con in mano un bicchiere. Lei, sorpresa da un suo stesso sorriso, avrebbe risposto che una volta vide uno pterodattilo volare in alto, sopra la pista ciclabile. Invece si poté raccontare solo di sguardi, silenzi e virgole, durante una Messa sono le virgole i momenti più importanti.

A Solitary Reign

Mi sei apparso come un fantasma

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Se lo avessi davanti probabilmente non gli chiederei niente. O forse gli chiederei perché pensava che in quel modo avrebbe firmato un fantasma. E gli chiederei che cosa avrebbe dovuto firmare un fantasma ma, soprattutto, perché parlava spesso di fantasmi. Come spesso accade è prima un particolare a catturare e poi la vista si allarga rinchiudendo, al suo interno, generali orizzonti che prima esito nel comprendere. Qualche anno fa avrei avuto modo di farti delle domande, eppure ti avevo messo da parte, come si mette da parte qualcosa che ti capita in mano ma sai benissimo non essere di tua proprietà, di tua appartenenza. È il tempo che cambia e ti cambia, di certo non è diverso, però, il tuo sguardo da dietro quella tenda, vera cortina translucente che ti vorrebbe bambino ma col peso di mille accordi e duemila parole. Ti proteggi dietro la tenda, ti protegge quella tenda eppure ho l’impressione che tu voglia spingerti oltre e venire verso di me. Avrei voglia che tu uscissi finalmente da quello spazio, che tu venissi a sedere su questa poltrona a rispondere ad alcune mie domande, quelle che ho anticipato poco fa e altre. Ti chiederei perché quella è la firma di un fantasma