L'uva e l'ozio

Di uva, ozio e autarkeia

Mi sei apparso come un fantasma

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Se lo avessi davanti probabilmente non gli chiederei niente. O forse gli chiederei perché pensava che in quel modo avrebbe firmato un fantasma. E gli chiederei che cosa avrebbe dovuto firmare un fantasma ma, soprattutto, perché parlava spesso di fantasmi. Come spesso accade è prima un particolare a catturare e poi la vista si allarga rinchiudendo, al suo interno, generali orizzonti che prima esito nel comprendere. Qualche anno fa avrei avuto modo di farti delle domande, eppure ti avevo messo da parte, come si mette da parte qualcosa che ti capita in mano ma sai benissimo non essere di tua proprietà, di tua appartenenza. È il tempo che cambia e ti cambia, di certo non è diverso, però, il tuo sguardo da dietro quella tenda, vera cortina translucente che ti vorrebbe bambino ma col peso di mille accordi e duemila parole. Ti proteggi dietro la tenda, ti protegge quella tenda eppure ho l’impressione che tu voglia spingerti oltre e venire verso di me. Avrei voglia che tu uscissi finalmente da quello spazio, che tu venissi a sedere su questa poltrona a rispondere ad alcune mie domande, quelle che ho anticipato poco fa e altre. Ti chiederei perché quella è la firma di un fantasma

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Tempesta

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O forse. O forse è più facile per chi mi vede da fuori vederla, toccarla, la tempesta

Ipse dixit, 135

Gian Lorenzo Bernini, Il ratto di Proserpina

Gian Lorenzo Bernini, Il ratto di Proserpina

When man
enters woman,
like the surf biting the shore,
again and again,
and the woman opens her mouth in pleasure
and her teeth gleam
like the alphabet,
Logos appears milking a star,
and the man
inside of woman
ties a knot
so that they will
never again be separate
and the woman
climbs into a flower
and swallows its stem
and Logos appears
and unleashed their rivers.

 This man,
this woman
with their double hunger,
have tried to reach through
the curtain of God
and briefly they have,
though God
in His perversity
unties the knot.

Anne Sexton, When Man Enters Woman

Ipse dixit, 134

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Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov’erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d’un poeta o mutarsi
in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.

Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

Traducendo Brecht, di Franco Fortini (10.9.17-28.11.94)

(la poesia è l’editoriale del numero 1078 di “Internazionale”, 21/27 novembre 2014)

Ipse dixit, 133

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Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico,
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto il male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo. 

Pier Paolo Pasolini, Alla mia nazione