L'uva e l'ozio

Di uva, ozio e autarkeia

Categoria: A Cnosso

A Cnosso. VI The chase

Withering my intuition, missing opportunities
and I must feed my will to feel my moment
drawing way outside the lines.

Per tornare a casa, finita la mia sessione di rincorsa, salii sul collo del mio airone dotato di motore a scoppio. Esplodevano palindromi, ogni tanto, e il motore girava. L’airone dagli occhi verdi già sapeva dove doveva portarmi e il viaggio procedeva tranquillamente. A forza di stringere la spirale, che per una volta non era basata sulla Successione di Fibonacci ma su quella ben più lineare del Tre e dei suoi Multipli, mi avrebbe infine lasciato sul tetto di casa. Alla sesta voluta di fumo della spirale, a sud-est del muro di Re Lupo III, notaii con la coda dell’occhio a mandorla un auto sospetta, di quelle che si vedono nei film americani e devono per forza essere sospettate di essere sospette. Quell’auto era stata notata, e quindi sospettata, in occasione degli ultimi due atti di sangue, il primo e il secondo atto di una macabra rappresentazione, avvenuti a Manciano e all’Albinia mentre io stavo già preparando il pranzo di Pasqua per l’anno prossimo, che sarebbe il duemilasei. Avevo cominciato a preparare con tanto anticipo perché forse il silenzio mi intimoriva e onestamente potevo fare anche con calma, dato che il pranzo dell’anno duemilanove sarebbe stato a base di mele selvatiche. Più il silenzio mi intimoriva che il freddo. Infatti, in questo momento in cui volo in aria a cavallo di un airone dagli occhi verdi indossavo semplicemente una felpa con il cappuccio e avevo messo un paio di occhiali da sole americani a protezione dei miei appellativi. Chiesi gentilmente all’airone di smettere di fare spirali e lo lanciai, andandogli dietro, all’inseguimento dell’auto sospetta. Io e l’airone eravamo molto legati. Per i polsi, a essere precisi. L’auto sospetta andava veloce ma rallentava parecchio all’entrata in curva e per noi, per me, per l’airone e per Federica non sarebbe stato difficile raggiungerli. Difatti, più o meno all’altezza di Otranto, poco prima che loro avessero la possibilità di spiccare il volo per il Medio Oriente, l’airone planò sul tettino dell’auto che in modo sospetto indossava vetri oscurati e fari allo iodio e facemmo gesti per farla fermare. L’auto e l’airone sul tettino accostarono al bordo della pineta che andava verso Punta Ala. Mi affacciai al finestrino dell’auto sospetta e dentro c’erano due persone, due uomini e una donna, le donne di quattro e dieci anni più giovani di me. Non li conoscevo ma sapevo chi erano e cosa avevano fatto. So chi siete e so cosa avete fatto, dissi loro. Loro non mi guardavano negli occhi. Sappiate solo che quest’anno mi farò allungare capelli e barba perché non ho più voglia di nascondermi. Tutti devono vedere i miei occhi. Portai un dito, l’indice dei libri proibiti, al naso, incitandoli al silenzio, non mi serviva una loro stupida risposta. Misi il piede sullo scalino che avevano dipinto sul finestrino oscurato e di slancio mi gettai al collo dell’airone. Portami a casa, gli dissi. Volammo via.

[25.12.2011]

Lúppulagið

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A Cnosso. V Tre e nove

Uvaozio, Dietro

Is there anybody out there?

Mentre me ne correvo rincorrendo il sole dell’avvenire lungo l’orizzonte del malessere, notai che a Sant’Andrea un uomo stava arrampicato su uno scaleo montando con cazzuola e calcina un muro di mattoni rossi e bozze di tufo. Avvicinandomi notai che l’uomo indossava sulla testa un cappello di carta di giornale che stava a rappresentare una testa di lupo. Avvicinandomi, l’uomo lupo mi notò, si voltò e mi chiese di non guardare oltre il muro e al muro. Non credo che con la mia altezza potrei vedere oltre il muro, dissi all’uomo dalla testa di lupo. Sì ma lei rimanga ugualmente a distanza di sicurezza che non si sa mai, i pericoli fuori da qua sono all’ordine del giorno. Mi fermai, quindi. Chiesi però perché stava costruendo quel muro. L’uomo lupo mi rispose che quello era il primo stralcio, un abbozzo sognato, di labirinto, che Minosse Francini aveva chiesto di costruire finanziando ogni aspetto del progetto aspettando che la progettazione partisse finalmente. Un labirinto? chiesi al muratore. Un labirinto! rispose il muratore. Perché? Come perché? chiese domandando il lupo muratore. Perché mi chiuderò dentro al labirinto e starà a me ricordare ogni metro dei muri che ho costruito per trovare l’uscita. Beh, un bell’investimento per il futuro, commentai. Sì, in effetti il Francini ci ha speso diversi soldi, malintese il muratore. No, dicevo che il suo investimento è oneroso, per il futuro, provai a spiegare. Ah, il mio investimento è certo importante, ma non c’è altro modo per uscire da un labirinto se prima non si costruisce, il labirinto. Beh, difficile obiettare, risposi. Come pensa di poter uscire dal labirinto? chiesi. Prima di tutto cercando di ricordare, come ti ho già detto, mi disse l’uomo lupo, ogni singolo centimentro del muro che ho costruito montando questi mattoni. Poi, camminando all’indietro. Camminare all’indietro? chiesi incuriosito e sorpreso. Sì, rispose il lupo, come pensa di poter uscire dal labirinto che uno si è costruito da solo se non camminando a ritroso? No, mi dica, disse alzando la voce l’uomo lupo, mi dica lei, che all’apparenza direi che di labirinti se ne intende! Eh già, risposi sottotono. Vede? Mi dà ragione, solo camminando all’indietro si può uscire da un labirinto, basta avere nella gamellina un paio di mele selvatiche, anche grattate vanno bene, dello zucchero di canna al sapore di miele e gallette di riso. Poi, risolta la questione dell’approvigionamento, bisognerà stare molto attenti a non urtare la parte sinistra del corpo quando si cammina all’indietro. È lì che si custodiscono le parole più belle che siano mai state dette e le stelle che ci hanno colpito cadendoci addosso senza farci alcun male. Mica si vorranno rompere, quei tesori! Eh no! risposi all’uomo lupo. Provai a sbirciare oltre il muro ma non riuscii a vedere niente. Mi sembrò solo di intravedere i petali di un grosso fiore rosso. Ma non era possibile che un fiore potesse raggiungere quelle dimensioni. Ehi! cercai di richiamare di nuovo l’attenzione dell’uomo dalla testa di lupo richiamando la sua attenzione con un ehi! Mi dica! mi disse l’uomo lupo. Può dirmi, davvero, perché sta costruendo questo labirinto? Senza pensare troppo l’uomo lupo mi rispose. La spiegazione sarebbe lunga e dovrebbe leggere cosa c’è scritto su ognuno di questi mattoni. Vede? Mi mostrò uno dei mattoni che stava incasellando e notai che vi erano incisi dei caratteri tondi ed eleganti. Vedo, risposi. Sappia solo, e si faccia bastare questa spiegazione per adesso, che un giorno smisi di dare importanza al tre e a tutti i suoi multipli. Il tre? domandai all’uomo. Il tre, sì, mi rispose l’uomo. I numeri sono importanti e il tre è più importante di tutti, come i suoi multipli sono ugualmente importanti. Il problema è che un giorno ho dato più importanza al nove e gli altri multipli mi voltarono le spalle. Adesso vada, continui a rincorrere, mi disse l’uomo lupo, che qua devo finire almeno questi dodici metri prima della fine della giornata. Presi nota di ciò che mi disse l’uomo lupo a proposito del tre, dei suoi multipli e del nove appuntando i ricordi e le cose importanti e salienti del suo discorso sul pelo dell’acqua che ho nel bicchiere di Porto che porto sempre in tasca. Solo dopo andai via e lo lasciai continuare il suo lavoro.

 [25.12.2011]

A Cnosso. IV Rua Almeida Garrett

Caspar David Friedrich, Die verunglückte Hoffnung

Potevo barattare la mia chitarra e il suo elmo
con una scatola di legno che dicesse perderemo

Convivo quotidianamente con il fallimento del mio sogno migliore. Nonostante ciò, cerco di ricordarmi dov’è che ho lasciato lo stecchino da denti che servirà a portare a termine la costruzione del mio castello. S. mi dice che non merito tutto questo. Non è bello che qualcuno abbia preso il foglietto dove avevo progettato tutto punto per punto e si sia sentito libero di lasciarlo a macerare per sette giorni in una pozza di piscio e cemento. Il foglietto e la Verità, lasciati a fermentare, quindi marcire, per ben sei anni. Penso a tutto questo mentre apro l’anta del mio armadio inadatto per fare colazione la mattina dopo che non mi hai salutato sotto casa tua. Apro l’anta per prendere una merendina col ripieno di marmellata d’argomenti e lancio un’occhiata fuori dalla finestra che ho dentro l’armadio. Nella strada sotto la finestra, che poi è Rua Almeida Garrett, Garrett con l’accento finale come fosse francese, passa uno di quei pupazzi da ventriloquo che mi nota e mi saluta alzando la mano destra. Mi guarda con quegli occhi spalancati, si porta le mani alla bocca come se avesse intorno alle labbra un megafono fatto di cialde e comincia a parlare. Ehi amico, lo sai cosa cazzo è la felicità? Oh cazzo io lo so bene cosa è la felicità, la fottuta felicità. La mia testa dice di no muovendosi da una parte e dall’altra. Oh se lo so, merda, cosa è la felicità. La felicità è la fottuta differenza tra ciò che hai e ciò che vorresti avere. Ora che ti ho rivelato questo segreto posso anche andare tranquillamente al campo di tiro a sparare alle mele selvatiche, mi dice prima di andare via. Chiudo la finestra, chiudo l’anta e metto sul fuoco la macchinetta da caffè interregionale per prendere il mio caffè del mattino. Nel filtro metto polvere di caffè, limone e zenzero e prima di chiudere la macchinetta faccio vedere la miscela alla statua di bronzo, il metallo, non il cognome, di Pessoa che tengo nell’angolo tra il soggiorno e l’inquietudine. Lui annuisce e dice che va bene, facendomi capire che ne vorrebbe un po’ anche lui. Verserò quindi due tazzine di caffè al limone e allo zenzero, metterò zucchero di canna nella tazza di Fernando, miele nella mia e zucchero bianco nella tua, e le berremmo facendo la spunta delle cose realistiche che abbiamo in mente e quelle che non si realizzeranno. Dopo il caffè mangeremo cioccolatini fondenti con un cuore di metafisica e lui si alzerà per andarsene, non prima, però, di essersi pulito il sotto delle unghie con la punta delle mie corna e non prima, però, di avermi invitato da lui, a casa della sua madre puttana. Se ne andrà. A me rimane a questo punto solo di andare in bagno e prepararmi per uscire. Devo ricordare di portarmi dietro il mio taccuino, a volte mi prendesse la smania di scrivere proprio mentre mi ritrovo a correre dietro a un avvenire cupo di rughe, quindi di rughe cupo.

[24.12.2011]

A Cnosso. III Zucchero di canna

René Magritte, La carte postale

Preparava teglie con miele, zucchero, uva, more…
more che costavano un occhio.
Lo stipendio andava tutto per le cimici.

Tengo lo zucchero, bianco, nell’armadio che ho in cucina. Armadio inadatto, quasi quanto me. Inadatto, l’armadio, perché fabbricato per contenere abiti e non cibo e scatole di computer. Lo zucchero, bianco, l’avevo comprato quando vivevi sempre con me in questa casa e l’ho lasciato lì non come pantofola DeFonseca e mezzo spazzolino, bensì perché io non lo uso. Al massimo mi concedo due cucchiaini di zucchero grezzo, o miele, che metto nel primo caffè del mattino. Invece lo zucchero, bianco, lo avevo fatto arrivare dalle Hawaii, dove le canne di zucchero dalle quali viene estratto zucchero, bianco, sono pochissime. Infatti quell’anno furono tre. Una la presi io, l’altra te per tua madre e l’altra la prese il Presidente Mitterrand. Apro l’anta dell’armadio inadatto per mangiare una galletta di riso prima di andare a dormire ma dopo averti accompagnato a casa. Sulla galletta schiaccerò spalmerò e spremerò uno dei dubbi che abbiamo colto, prendendolo dalla cassetta di legno blu. Ho provato a spiegarti, quando siamo arrivati sotto casa tua, che il seme di cuori sulle carte è di colore rosso, ma tu non mi hai voluto ascoltare e ti sei bevuta due bicchieri pieni d’acqua uno dietro l’altro. Offeso e deriso me ne sono tornato alla macchina dopo aver provato a entrare a casa tua, senza riuscirci, e mi sono accorto che qualcuno ha gettato un sasso addosso alla macchina, dato che sullo sportello ho notato una fitta, come quelle che avverto al petto, all’altezza della maniglia, poco sotto le costole. Domattina, prima di andare a lavoro e al mercato, dovrò necessariamente passare dal carrozziere per vedere se potrà farmi il lavoro. La prossima settimana ci sposeremo e siamo invitati al nostro matrimonio, che figura sarebbe presentarsi come invitati al proprio matrimonio con una macchina danneggiata dall’incuria e dallo spregio dei sentimenti! Ci sposeremo sì, ma né di Venere né di Marte che entrambi gli Dei sennò si arrabbiano e ci scatenano contro le armate di Serse. Non lo vorremmo mai, come non vorremmo che il lago che vedo dalla finestra di casa mia serbi per noi sgradevoli sorprese dopo tutte le battaglie navali che abbiamo fatto entro le sue rive, come se fosse un anello intorno ai nostri sogni e alle nostre speranze, che lì avevamo custodito chiedendo al guardiano dei maiali di abbassare la paratia il giorno che era piovuto troppo e ci eravamo bagnati i capelli. Dopo tutto, io ho sempre odiato gli ombrelli e mi divertivo a dimenticarli in sala giochi. Un giorno gli ombrellai del Calambrone, nemici degli arsellai, si sarebbero arresi all’evenienza e alla mancanza di necessità degli ombrelli e avremmo dato vitamine ai pochi ombrelli rimasti in garage perché non sarebbe più piovuto e gli ombrelloni a spicchi ci avrebbero nascosto al sole che ci guarda da lassù in cielo. Un sole alto in cielo, tondo e giallo come una mela selvatica ben matura.

[23.12.2011]

A Cnosso. II L’infamia

Pablo Picasso, Minotaure caressant une dormeuse

Descanting the Insalubrious

Mentre scappavamo nel campo davanti al cimitero, fuggendo dopo aver tirato meline selvatiche agli sportelli delle macchine che passavano, mi sono messo a fare un elenco delle cose che ho fatto negli ultimi tre anni e dieci mesi. Andando avanti, facendo slalom tra i paletti dei baci rubati, mi sono fermato, senza sapere più come andare avanti, al momento in cui dentro la caverna vedevo sulle pareti, della caverna, le raffigurazioni degli scambi di accuse che ci siamo lanciati negli ultimi giorni. Ce li lanciavamo con una racchetta da tennis le cui corde erano fatte di budello d’opinione. Ognuno la sua, ognuno sul proprio lato del campo, dietro la rete calpestando le righe bianche. Insomma, arrivato al punto in cui mi sono messo a elencare le figure della caverna ho sentito Demetrio che, con le sue tre e due voci, mi ha suggerito di fermarmi. Ci siamo fermati e per la mano l’ho tirata giù dietro al cespuglio e, tra foglia e bacca, e foglia, abbiamo visto arrivare il Maggiolone nero con le ali chiuse da cui è scesa lei. È scesa da dove di solito sta seduto il passeggero. Si apre anche l’altro sportello e da lì esce un minotauro, con le spalle larghe e la schiena piegata dal peso del suo pensiero. Scattando verso l’altro lato della macchina il fumo usciva dalle sue nari legate da un anello di bronzo, il metallo, non il cognome, che sennò sarebbe stato maiuscolo. Nella scena che si dipinse fuori dalla caverna lei girò la testa dall’altra parte, quella opposta a quella da dove stava arrivando il re toro passando da dietro la macchina, lì dove si apre il cofano che lascia scoperto un motore recalcitrante e sbuffante olio di paraffina e gomiti. Lui unì le mani davanti allo sterno cercando di spiegare qualcosa che lei non sembrava capire. Di sicuro non voleva capire. Il suo viso, bellissimo, di lei, rimase voltato dall’altra parte fin quando dal cruscotto prese un bicchiere d’acqua e lo bevve svuotandolo. Poi, lo riempì alla cannellina che teneva nella tasca dei pantaloni e lo vuotò di nuovo. Dopodiché se ne andò senza salutare, né noi che guardavamo né il minotauro che la guardava, e varcò la porta di casa. Lui, il mezz’uomo, la inseguì approfittando del tempo che intercorreva tra la porta che stava aperta e quando si sarebbe chiusa. Accelerò la corsa ma da destra e da sinistra spuntarono una mummia e un bambino che gli sbarrarono il passaggio. Smamma, mostro, fai schifo, figurati se ti farebbe salire, lei, sentii chiaramente il bambino dire questa cosa! Il mezzo toro se ne tornò mogio e silenzioso alla macchina, che nel frattempo si era spenta come una sigaretta di cartone lasciata all’aria e al tempo. Andò verso il suo sportello e passò la mano sopra la latta nera fittata. L’avevamo preso con una nostra mela, quello schifoso, e sorridendo, non visti dal minotauro, da lei, dalla mummia e dal bambino e da tutti i loro genitori, addentammo un’altra mela, diversa da quella che abbiamo lanciato contro quell’aborto, l’addentammo con i denti di una bocca piena di speranza.

[22/12/2011]

If I had a boat (…una barca da scrivere)