Anche se ora ve ne fregate

di L'uva, e l'ozio

A Carlo

Mettevamo stracci di alluminio ai raggi delle biciclette, ancora, mentre sognavamo di lanciare razzi in aria verso palazzi dalla bocca di mostro. Vestivamo le nostre armature di cartone e sorridevamo nervosi, quel giorno, prima di entrare in strada, fiume grigionero di scarpe di gomma. Sorridevamo nervosi. Ancora non sapevamo che il sole ci avrebbe tradito, dopo, così luminoso e accecante, dopo, mentre adesso, caldo, sfiora i nostri visi. Ci sentivamo grandi, forti, belli e le nostre mani sudavano non per il calore, non per il calore, non per quello. Con quelle stesse mani, con quelle stesse mani, stringevamo sassi, legni e fiori e vedevamo cadere in frantumi ignobili vetrate al nostro passaggio. Ridevamo nervosi e una strana nebbia, grigia marrone e sporca, cominciava a coprire la palla gialla del sole, i cui raggi, senza stracci di alluminio, non erano attenuati da quella coltre brutta e, anzi, passavano accecavano bruciavano e ferivano la nostra pelle e i nostri occhi come stracci di alluminio passati di taglio e di fretta sulla pelle delle braccia, del viso, sugli occhi. Ma noi, noi, ci sentivamo sicuri delle nostre corazze di cartone e gomma piuma e, colorati, schivavamo la nebbia grigia e marrone che si faceva sempre più fitta, oscurando il mare che se ne stava sotto la strada sotto di noi. Davanti a noi, dietro di noi, ancora senza saperlo, il grigio si mischiava a varie tonalità di un insipido blu, così insipido che rivoltava lo stomaco e non potevano niente le varie tonalità, non potevano salvarci dallo schifo. Perché era schifo a venire, non ancora presente. Più ci avvicinavamo, più il blu, insipido blu polizia, si avvicinava. Se ci fermavamo, il blu si avvicinava. Montava, come marea, ci avrebbe investito, e ancora non lo sapevamo. Il vento ci portava le voci che, poi, sarebbero diventate urla, grida, pianti. Ma noi ancora non sapevamo, non potevamo sapere. Non potevamo sapere che questa lingua d’asfalto sarebbe diventata rossa, che questi sassi sarebbero diventati rossi. Non potevamo saperlo. Le voci del vento ci suggerivano di tornare indietro ma, anche dietro di noi, il blu si stava avvicinando. Qualcuno aveva smesso di sorridere, gettando i fiori a terra e stringendo sempre più stretti i propri pugni, stretti sui bastoni e sui sassi che stringevamo sempre più stretti. Ci siamo quindi fermati, senza sorridere, un po’ meno belli di quando eravamo partiti e all’improvviso. All’improvviso la marea ci ha travolto. Sapeva di sangue di fumo di plastica troppo dura per poterci giocare, di metallo e di stracci di alluminio che squarciano la pelle. Chi di noi ha provato a resistere ha perso molto più dell’innocenza, ha perso gocce rosse di sogni e di sogno. Ha perso l’infanzia e l’adolescenza e con quella plastica non potevamo giocare, era troppo dura. Chi di noi ha provato a resistere e, poi, a fuggire, aveva gli occhi che urlavano cercando un’aria di luce nel blu e nel grigio che ci faceva piangere. Di paura. Come animali selvaggi quando le cacce dei cani, nient’altro che cani bavosi, vengono aperte ci siamo persi nei vicoli di una città offesa, vicoli che diventavano trappole. Corriamo, inciampiamo e sfioriamo i muri delle case con le spalle e i gomiti, senza sapere se sia più giusto correre veloci o stare attenti e guardinghi. Poi, un vicolo si è aperto su una piazza con una chiesa con i suoi scalini. I muri delle case incorniciavano ciò che potevo vedere come fotogramma, diapositiva dove tutto si muoveva troppo veloce per essere reale. Ho potuto solo urlare e, senza rendermi conto, la voce non stava uscendo per il grigio della nebbia, la nebbia, che aveva asciugato la mia saliva. Gridavano i miei occhi, anche loro, e non copriva la loro voce quell’orrendo gorgogliare bavoso che usciva dalle bocche blu della marea blu, di quel blu insipido che ci faceva schifo. Avrei voluto fermare quel sasso che si schiantava, macchiandosi di rosso, sulla fronte del ragazzo steso in terra, sdraiato nel rosso, col bianco della sua canottiera che sembrava acceso di luce. Non ho potuto. Ho potuto solo raccontarlo, senza dimenticarlo. Senza dimenticare la gioia della rivolta che si schianta contro una marea blu e grigia, che puzza, vomita ciò che ha dentro e lo rimangia insieme al nostro sangue, senza soluzione di continuità. Non posso dimenticare tutto quello che ho visto. Non lo possiamo dimenticare.

10×100

Tu che straparli di Carlo Giuliani, conosci l’orrore di Piazza Alimonda?

In the fog

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